— Chi è? — chiese.

L’uomo diresse la mente verso la porta anteriore. — Un certo David Raven — disse dopo un attimo. Kayder si mise a sedere. — Ne sei sicuro?

— Così stava pensando.

— Cos’altro pensava?

— Niente. Soltanto che si chiamava David Raven. Il resto del cervello era vuoto.

— Aspetta un attimo, poi fallo entrare.

Raggiunta la grande scrivania, Kayder tolse da un cassetto una scatola decorata, fatta col legno di un albero venusiano di palude. Sollevò il coperchio. Sotto c’era uno spesso strato di foglie rossastre e di bizzarri fiori secchi. Al centro del cuscino di foglie c’era un mucchietto bianco che sembrava sale. Kayder sollevò la scatola fino alla bocca ed emise una serie di suoni bizzarri. Immediatamente i piccoli granelli lucenti si mossero e presero a girare per la scatola.

— Sa che lo state facendo aspettare, e sa il perché — disse l’uomo alto, guardando con disagio la scatola. — Sa esattamente cosa state facendo e cosa avete in mente di fare. Vi può strappare tutti i pensieri dalla mente.

— Lasciamolo fare, tanto non gli serve a niente. — Mise la scatola al centro della scrivania e avvicinò la poltrona che stava di fronte. Alcuni granelli luminosi uscirono dalla scatola e si alzarono in volo sparpagliandosi per la stanza. — Ti preoccupi troppo, Santil. Voi telepatici siete tutti uguali. Ossessionati dai fantasiosi pericoli di un pensiero svelato. — Emise altre vibrazioni sonore atteggiando le labbra in modo curioso e creando suoni che quasi oltrepassavano la soglia dell’udibilità. Altri puntini si alzarono in volo e scomparvero alla vista. — Fallo entrare.

Santil fu felice di andarsene. E anche il suo compagno. Quando Kayder cominciava a giocare con le sue scatole era meglio stare alla larga da lui. Tutti i pensieri riguardo l’anatra venusiana e le mandorle si potevano rimandare a un momento migliore.