Ma, signori del Tribunale, Mafarka ha un membro lungo undici metri… E pensate che questo faccia altro effetto che quello di far ridere? Ma questo non è umano, con questo non può avvenire l'accoppiamento sessuale, questo non rappresenta dell'erotismo. E quando questo sesso interminabile è avvolto presso il letto del povero Mafarka, il marinaio lo crede una gomena e lo attacca all'albero di trinchetto…. Voi mi parlate di rappresentazione erotica: eh! via! ma questa è rappresentazione grottesca e barocca che voi ben potete combattere in nome dell'arte, che voi non potete combattere in nome della morale perchè nessun pudore si sente offeso da questo, perchè nessuna immaginazione per quanto pudica si sente colpita da questo quadro, da questa rappresentazione. ( Bene! Applausi ).
Andiamo avanti: al terzo e al quarto dei punti salienti più direttamente incriminati di questo libro. E andiamo, signori, precisamente al capitolo nel quale si parla del famoso convegno di Libahbane e Babilli. Qui il Pubblico Ministero ha trovato che vi sono delle cose veramente gravi perchè ha rilevato che si tratta di dare la cantaride ad una fanciulla e di fare un giuoco divertente, e il giuoco divertente si fa all'oscuro, per modo che sapete quale impressione fa questo scherzo nel protagonista che è al tempo stesso autore del fatto? Questa, e probabilmente la farà anche ai lettori:
«Ma la bocca ignota che si addormentava sulla sua era soave e sinuosa, ed egli si sentì sconvolte le viscere dalla delizia e dal terrore». Ma gli giunge subito questo dubbio, legittimato dell'oscurità: «Non era il ventre squamoso di uno dei pescicani dell'acquario?» E allora, vedete l'effetto ottico dell'oscurità, grida: «Basta, Vattene…. Vattene…. Vattene…. Olà! schiavi, accendete le torcie! Poi, incatenate queste femmine e gettatele ai pesci!»
Rappresentazione erotica, questa? Rappresentazione, se volete, sotto un certo rispetto strana intonata, alla mentalità complessiva di questo protagonista arabo, ma Mafarka, nella cui anima parla il Marinetti in sostanza, e in cui Marinetti ha posto i suoi sentimenti, anche in questo momento sente repulsione di questo spettacolo e manda queste donne nell'acquario per inesistenza di attitudine ad oltraggiare il suo pudore.
Ma non basta, o signori, perchè egli assolutamente deve fare una requisitoria ad ogni capitolo, anticipatamente, per quanto era lecito e giusto; e infatti dopo la scena dell'orgia, egli dice:
«—Maledizione! Maledizione!… Come le farfalle e le mosche, voi avete delle trombe, per pompare le forze e il profumo del maschio!… Come i ragni, voi vi colorite così da somigliare a bocciuoli di rose, ed esalate persino dei profumi inebbrianti per attirare insetti come noi, ghiotti di fiori!… Vi coprite di squame, per somigliare al mare imbrillantato dal sole, e la nostra sete di freschezza ci fa vostre vittime! Vi coprite d'oggetti tintinnanti, perchè le tigri s'incantano col suono di una campanella!… Tutto il veleno dell'inferno è nei vostri sguardi, e la saliva sulle vostre labbra ha riflessi che uccidono…. sì, che uccidono come pugnali!…» ( Applausi ).
Oh, qui vi è una reminiscenza di qualche cosa che non è lubrico: vi è la parola che Amleto rivolge alla sua donna, vi è la parola di Amleto che castiga i costumi, che rievoca il concetto alto della femminilità che non si veste di questi abiti, che non si arma di questi allettamenti, che non cerca questi piaceri; e dopo che un uomo vi fa nello stesso suo libro, anche a questo punto, una requisitoria e condanna questi sentimenti che egli presenta al lettore col bollo e col crisma della sua maledizione e del suo biasimo, voi sentite ancora il bisogno di venire a domandare per lui dei mesi di reclusione?
E dopo avere, in questo modo e per questa via, presentato ad ogni punto il contravveleno a quello che potrebbe essere il veleno del suo discorso, e dopo avere avuto cura di ripetere in parola ciò che era già nel fatto, perchè i sentimenti che l'autore esprime sono gli stessi sentimenti che sorgono nell'animo del lettore alla lettura degli episodii senza bisogno di commenti… dopo aver fatto questo, egli, ad una certa ora, ad un certo punto del suo romanzo, dice qualche cosa che voi non potete trascurare: qualche cosa che non dice Gabriele d'Annunzio dopo aver tracciato i suo idillii incestuosi, che non ricorda Gabriele D'Annunzio dopo aver presentato i suoi aviatori nell'abbracciamento da me riferito, qualche cosa che suona come alta e nobile rivendicazione degli ideali della moralità dell'arte:
«Una sera, subitamente, mi domandai:—V'è forse bisogno di gnomi che corrano sul mio petto, come marinai su una tolda, per sollevare le mie braccia? E c'è forse un capitano, sul cassero della mia fronte, per aprire i miei occhi come due bussole?—A queste due domande, il mio spirito infallibile ha risposto: No!—Ed io ne ho concluso che è possibile procreare dalla propria carne, senza il concorso della donna, un gigante immortale dalle ali infallibili!» ( Applausi fragorosi ).
Qui è l'epilogo, la rappresentazione sintetica degli intendimenti dell'autore. Non occorre, non occorre a Marinetti, per esempio, onorevole rappresentante dell'accusa, fare come già fece un poeta accusato dai critici (meno male, anzichè dal Pubblico Ministero) un poeta il quale aveva scritto cose molto simili a quelle che sono ora rinfacciate al Marinetti, ma molte cose che erano presentate in modo attraente, molto allettatore, e in quel libro non vi era del dualismo tra il protagonista che agisce in un modo e l'autore il quale stigmatizza… non occorre al Marinetti avvertire il pubblico che egli è e resta—chiuso il libro—un buon padre di famiglia, un uomo di incorrotti costumi.