Ora noi siamo qualche volta in caso di rispondere a queste suadenti parole le quali invitano alla comodità e invitano alla distruzione dell'energia appunto in vista di un passato che noi possiamo rievocare. Ma certo nei concetti che il Marinetti trasfonde al suo protagonista vi è ancora una parte di giusto e di vero. Ed è per questo che noi, noi che dalle memorie e dai ricordi dobbiamo e possiamo trarre qualche cosa, assai spesso ci trasformiamo in uomini di contemplazione, in uomini i quali, paghi di avere un passato, lieti di avere degli avi, orgogliosi di avere una nobiltà o una fortuna dagli avi ereditate, non pensano a conquistarsela, non pensano, come il protagonista della leggenda medioevale, a farsi uno stemma, a farsi una gloria, a fare qualche cosa che non sia retaggio dei padri, ma il risultato dello sforzo dell'intelletto, dello spirito di sacrificio. Quindi nella esagerazione rivolta precisamente come essi dicono a far colpo, a fare impressione, a creare uno stato d'animo, un movimento di pensiero che sia auspice di una rivoluzione, certo che c'è una grande parte di vero. ( Bene! Applausi fragorosi ).
Ma anche se tutto è falso, tutto ciò non ci interessa, e poichè ho finito la prima parte del mio discorso con le parole di un poeta che ha avuto molte accuse e molti attacchi, e io che ho chiuso la prima parte del mio discorso rievocando quei versi, potrei adesso, avviandomi per il sentiero assai meno dilettoso di una più diretta interpretazione giuridica, dire al Marinetti che egli ha il diritto di dire come quel poeta:
«No, sgualdrina non è perchè ricusa le comode bugie dell'ideale… No, sgualdrina non è la nostra musa…»
Sgualdrina non è la musa di Marinetti. L'intento suo non è quello di trarre fuori dai veli dell'ignoranza i giovinetti, di trarre fuori dal buono e sano gli adulti.
La sua arte può anche, con sentenza di giudici che non siete voi, condannarsi, ma senza rievocare altri tempi, altri processi, altri giudici, altre sentenze che noi credevamo separati da noi da secoli di civiltà e di progresso; la condanna della sua morale e delle sue idealità di arte, da giudici italiani come voi siete, in Milano, oggi, non può essere pronunziata.
E non lo sarà anche perchè voi se foste, ciò che non siete, attaccati al passato così come non vuole Marinetti, se foste attaccati più che ai ricordi e alle memorie, ai pregiudizii di un passato ora morto, voi avreste, per arrivare laddove vi vorrebbe trarre il rappresentante della legge, da superare altri ostacoli.
Non si passa, perchè la legge lo impedisce, dunque perchè manca, ed è già qualche cosa, il materiale del reato.
Ma ci fosse, avessero i brani di questo volume la capacità che loro attribuisce il Pubblico Ministero, di ledere il pudore: allora noi abbiamo l'obbligo di vedere la nostra legge positiva, abbiamo l'obbligo finalmente, dopo aver cercato di leggere male dei poeti e dei romanzieri, di leggere anche questo grande scrittore, il quale nel suo libro ha certamente messo tutto quanto si agita di bene e di male nella vita sociale, di leggere, dico, gli articoli del codice.
Dunque il codice vuole questo: che per essere colpevoli del reato imputato a Marinetti, si offenda il pudore con scritti, con scritture, disegni, o altri oggetti osceni sotto qualunque forma distribuiti o esposti al pubblico od offerti in vendita.
Due questioni, sostanzialmente, io vi propongo, signori del Tribunale. La prima: che è da ricercarsi in questo reato un dolo particolare; cioè che occorre dimostrare non solo la coscienza di esporre, di offrire, di distribuire, di vendere un oggetto osceno, ma occorre anche la volontà di offendere il pudore pubblico. Il Pubblico Ministero lo ha negato, ma forse si ricrederà. Forse si ricrederà perchè io non gli dirò parole mie assai povere e che non potrebbero giungere certo a mutare il suo convincimento, ma dirò parole di uomini che stanno nella sua classe, di uomini che hanno cooperato largamente alla nostra legislazione penale e che lo faranno facilmente convinto. Se poi egli alla convinzione farà seguire la confessione, non so.