Quei poveri diavoli che tentano di far quattrini stampando e spacciando la loro sudicia merce, forse si credono autorizzati a far questo dall'esempio del Governo che permette e copre con la sua protezione legale certe istituzioni dove non si danno certamente lezioni di morale, e, quel che è peggio, s'insidia l'igiene pubblica. Ma il Governo ha paternamente pensato di istituire una legione di sanitarî incaricati di garantire, per quanto si può, la salute dei frequentatori delle case da the, come le chiamano nel Giappone, e la igiene pubblica si sente pienamente tranquilla. Gli spacciatori di libri pornografici non hanno fatto nulla di simile, ed è giusto perciò che, di tanto in tanto, intervengano uno zelante Procuratore del Re o un generoso Presidente dei ministri a levar la voce contro lo scandalo dilagante e a porvi rimedio.

Confesso, con mio rossore, che non ho letto la famosa circolare di S. E. Luzzatti; ma veggo dagli effetti, che essa rispetta l'arte classica e che i magistrati esecutori mostrano quasi tutti di averne un uguale lodevolissimo rispetto.

Non ho sentito, per esempio, che la stupenda recente traduzione delle commedie di Aristofane, regalata all'Italia dal mio carissimo amico Ettore Romagnoli, sia stata colpita, finora, da nessun fulmine penale: e bastava una sola scena della Lisistrata (se mai uno scrittore moderno si fosse indotto imprudentemente a scriverla) per richiamare su di lui l'indignazione di tutti i nostri Procuratori del Re. S. E. Luzzatti e i magistrati incaricati di far rispettare le prescrizioni del Codice hanno immensa ammirazione e, senza dubbio, quella dell'innumerevole schiera degli studiosi, per questo omaggio di venerazione classica. Si capisce che la stimano compiutamente, come oggi si dice, sterilizzata dalla azione del tempo e resa inoffensiva anche quando, nel concetto e nella parola, si mostra assai più libertina di qualunque produzione moderna.

Probabilmente S. E. Luzzatti e i Procuratori del Re hanno anche riflettuto che nel caso contrario, bisognerebbe proscrivere, per lo meno, tre quarti della letteratura universale: impresa non molto facile, oltrechè estremamente ridicola.

Aristofane, Luciano, Catullo, Giovenale, Petronio, il Boccaccio, il Bandello, Rabelais—cito pochi nomi che mi vengono primi alla memoria—sono dunque, per fortuna, liberissimi di andar per le mani della gente e deliziarla senza paura di sentirsi accusati di solleticarne le viziose inclinazioni e di indurla a peccare.

Perchè non si vuole usare lo stesso trattamento per l'opera d'arte moderna? Si noti bene che dico: opera d'arte. Per quanto vi abbia pensato su, non sono riuscito a spiegarmi questa mostruosa differenza.

Così oggi non so nascondere lo stupore di vedermi chiamato a manifestare il mio parere intorno alla moralità di un lavoro di alta poesia, non destinato, appunto per la sua elevata concezione, per la sua impetuosa ed esuberante ricchezza di immagini e di vocaboli, a quella maggioranza di lettori che chiedono al libro, più che altro, uno svago, una diversione alle molteplici noie della vita o al loro invidiabile sfaccendamento.

Avrei amato meglio di sapere che l'incriminante Procuratore del Re si fosse ricordato di S. Girolamo—il richiamo non può offenderlo—che mentre era occupato a tradurre la Bibbia, teneva sotto il capezzale le commedie di Aristofane, niente scandalizzato dalle grasse arditezze del grande ateniese: e non intendo adulare bassamente il Marinetti, ricordando Aristofane a proposito del suo Mafarka il futurista. Voglio far osservare semplicemente che l'Italia ha, in questo momento, un Procuratore del Re più intransigente del Santo traduttore della Bibbia.

Mi si potrebbe rispondere che, forse, quando S. Girolamo si beava della notturna lettura delle commedie di Aristofane, era occupato a tradurre quei capitoli del Libro dei Re dove si racconta—con particolari da dar dei punti agli odiati veristi futuristi—la brutale storia di quel principe (figlio del David, se non sbaglio), che, innamoratosi perdutamente della propria sorella Tamar si finge malato per averla come infermiera e con questo stratagemma riesce a farle violenza, e a soddisfare la incestuosa voglia; o, forse, il santo era intento a tradurre l'idilliaco libro di Ruth, dove questa si concede, con un poco lodevole inganno, al suo vecchio parente Booz e lo costringe a sposarla. Mi si potrebbe rispondere che in quell'occasione S. Girolamo era suggestionato dalle vivacissime pagine bibliche, e perciò indifeso contro le seduzioni del poeta greco pagano.

Senonchè, v'è da opporre che il paziente traduttore probabilmente pensava che se lo Spirito Santo, inspiratore, secondo la Chiesa, dei libri sacri, non credeva sconveniente diffondersi in quegli audaci particolari, tanto più ciò poteva essere permesso ad un poeta pagano che voleva fare soltanto opera di poesia, e non collaborare ad una raccolta destinata ad essere il testo sacro della religione ebraica e del futuro cristianesimo.