—Luna piena—disse il brigadiere, beatamente.—Pare giorno.

Dopo un po’, Cosentino disse:

—Ha mezzo sigaro, per caso?

II

Nella sala «Ramaglia», al buon sole che v’entrava pe’ larghi finestroni, le ricoverate nell’ospedale chiacchieravano. Delle frasi allegre correvano di letto in letto fino in fondo allo stanzone, ove, presso alla bella porta di marmo e accanto a una tavola coperta da un tappeto verdognolo, una suora preparava filacce. Seduto alla medesima tavola l’impiegato delle entrate ricopiava in un quaderno le prescrizioni farmaceutiche. Era l’ora della visita. I parenti delle ricoverate arrivavano a gruppi, continuamente, e si sparpagliavano intorno a’ letti e subito vi si andavano a sedere accapo o nel corsello tra muro e letto, o rimanevano davanti ad essi, impiedi, con l’aria triste e meravigliata delle persone di buona salute che si trovano al cospetto d’un qualche loro caro diventato là dentro così pallido, così triste, così sfinito! Laggiù, verso gli ultimi letti, una giovane contadina itterica baciucchiava il figliuolo che le avevano portato dal villaggio, un marmocchietto bianco e roseo il cui vivo incarnato dava maggior rilievo all’orribile color giallastro della madre. Un altro figliuoletto di lei s’era arrampicato sul letto e là dove la coltre si alzava ad angolo sulle ginocchia della mamma egli si piegava, e abbracciava ridendo quelle ginocchia nascoste e le baciucchiava.

La suora di guardia sospese la sua bisogna e mormorò all’impiegato:

—Guardi che bella scenetta per un pittore!

—Idroclorato di morfina—fece l’impiegato, con l’indice della sinistra puntato sul foglio dal quale ricopiava—Ovatta pacchi nove... Diceva, suora?... Già: difatti. Scena per un pittore. C’è la visita, oggi?

—Certo. È giovedì.

—Non ci avevo badato.