Al quarto piano d’uno de’ mastodontici palazzi del Vasto, un nuovo rione risultato dalla bonifica delle paludi, rimpetto alla stazione ferroviaria, il maestro direttore d’orchestra Sponzilli—la cui moglie, scappatagli di casa con un tenore, era finita di febbre gialla in America—abitava l’interno 4 con la figliuola Sofia e una servetta, l’Emilia, che in casa chiamavano Milia—una contadinotta di Corleto Perticara.

S’era nel luglio. Presso alla finestra che affacciava sul vasto cortile del palazzo, Milia s’era posta a lavorare all’uncinetto. Le mani pienotte e arrossate che, poco prima, avevano risciacquato panni e pentole, andavan lente: di volta in volta l’uncinetto, tra quelle impratiche dita poco agili, s’arrestava e ricascava in grembo alla giovanetta. E di su ’l davanzale della finestra, tra un vaso di menta e i fascicoli d’un romanzo illustrato, il gatto di casa, che lì aveva trovato il suo posticino al sole, la contemplava, ammiccando. Un’afa sciroccale pesava sul cortile silenzioso: le ore d’un torrido pomeriggio scorrevano lente.

Improvvisamente suonò, breve, una voce. La servetta trasalì e levò il capo: si rizzò pure il gatto e fece arco della schiena, e sbadigliò. La voce veniva dalla camera da letto della signorina Sofia.

—Milia! Milia!

Il gatto scese dalla finestra e s’avviò. La servetta raccolse il merlettino, il gomitolo, l’uncinetto e ammucchiò tutto sui fascicoli del romanzo. S’alzò e scosse il grembiale.

La voce interna insisteva:

—Milia! Milia!

—Uff!—fece Milia.

E rispose forte: