—Vengo, vengo! Pronta!

Nella cameretta della signorina era buio: le imposte del balcone erano chiuse. Ma da quella commessura, avanzando fino a piè del letto, si partiva come una sottile lama d’oro. Attorno l’ombra si raffittiva.

—Dove siete?—disse Milia.

—Qui, qui. Vieni qui: senti...

E la sagoma del letto si svelò a poco a poco agli occhi della servetta. Vagamente, nella penombra, cominciarono a pigliar rilievo un tavolo tondo, il canterano, il divanetto.

—Senti, Milia, senti...

Dal letto si stese un braccio, e una mano febbrile le agguantò e strinse il polso.

—Oh, Gesù!—fece Milia, impaurita.

Di su le coltri—s’era gettata bell’e vestita sul letto—la signorina Sofia, sollevata sopra un gomito, si protendeva. Gli occhi di lei lucevano nell’oscurità e la Milia, immota, si sentiva figgere addosso quello sguardo ansioso.

—Milia, dimmi... Mi vuoi bene? E se la signorina tua ti chiede un favore... dimmi... se ti chiede un favore, che le rispondi?