La servetta si ficcò la lettera nel busto e uscì. Ripassando per la stanza che poco fa aveva lasciata si fece alla finestra e guardò nel cortile. Il gran cortile era deserto: a un angolo, per una delle porte d’entrata, passava un gran chiaro e si diffondeva e dilagava sull’arido selciato. La moglie del portinaio aveva piantata al sole una seggiola e appeso alla sua spalliera un sudicio lino del suo poppante. All’opposto angolo, nell’ombra, la ruota immane per la fornitura dell’acqua gocciolava e lo stillicidio incessante turbava una pozza d’acqua, là sotto. Di fuori l’immenso rione nuovo del Vasto pareva morto: il silenzio era alto: nessun romore, nessuna voce.

Di faccia alla finestra ove la servetta s’indugiava era quella della Marangi, la maestrina comunale. A poca distanza dal parapetto, seduta a una tavola sulla quale era pur la piccola macchina da cucire, la Marangi scriveva, piegata su un mucchio di carte. Di volta in volta, sostando, si leccava il medio della mano destra che s’era insudiciato d’inchiostro, e lo fregava a una pezzuola.

—Signorina Marangi,—disse Milia—scusate tanto se vi disturbo. Io vado per una commissione e lascio sola la mia signorina. Mi volete dare occhio alla porta?

La Marangi levò il capo. Rispose:

—Va bene.

Si rimise a scrivere. S’udì lo sbattere della porta e Milia scese le scale, canticchiando. Era così alto il silenzio che la Marangi udì, chiaramente, la voce della servetta in cortile. Milia diceva al portinaio:

—Don Angelo, non lasciate salire alcuno. La signorina è rimasta sola in casa. Io vado per un soldo d’aghi e subito torno.

La maestrina, che aveva abbandonato il braccio sulla tavola e schiuse le dita dalle quali era sfuggita la penna, sospirò profondamente. I suoi grandi e dolci occhi azzurrini si velarono, stanchi, fra le ciglia. Appena tornata dalla scuola s’era posta a rivedere i compiti delle sue scolarette: un mucchio di scritti infantili aspettava ancora i suoi segni di correzione a matita azzurra. E la notte precedente ella aveva così poco dormito!

—Pazienza!—mormorò, passando e ripassando le dita sulle palpebre grevi.

Come un’eco, dalla finestra dirimpetto, una voce ripetette: