E le carte le sfuggirono di mano, ed ella chinò la testa e si sentì piegare.

La Sponzilli era scomparsa. Laura Marangi scivolò lentamente lungo la tavola, tornò a sedere al suo posto, riprese la penna e contemplò, muta, meditando, i suoi compiti. Gli occhi le si erano empiti di lagrime. Bagnò due o tre volte la penna, cercò uno degli scritti nel mucchietto che se n’era posto davanti. La mano e lo scritto, rimasero lì, immoti. Ella si risovveniva, ora, di tutte le sue pene, di tutto l’amor suo finito miseramente per una volgare questione d’interessi, di denaro. Povera, anche lei: con una mamma vecchia, cieca, poveramente pensionata, con un fratello ferroviere che ora le voleva abbandonare per ammogliarsi, e senz’altro, senz’altro, che uno stipendio meschino! E senza più amore, e senza più speranza, davanti all’oscuro avvenire!

Reclinò la testa bionda sul braccio e ve la posò, e vi nascose la faccia.

Ora tornava Milia, dalla ferrovia: si udiva il romore de’ suoi zoccoletti, su per le scale. La porta di casa della Sponzilli s’aperse e sbattette con uno strepito breve. La Marangi non si mosse, non levò il capo. Piangeva piano, col volto sul braccio piegato: piangeva amaramente, senza sapere perchè.

Suonò, all’improvviso, un alto grido angoscioso. La servetta apparì alla finestra, con le mani ne’ capelli, con la faccia stravolta.

—Milia!—gridò la Marangi.

—S’è buttata dal balcone! S’è buttata giù!...—urlava Milia—Ah, Madonna del Carmine! Signorina! Oh, Dio! La signorina mia ha avuto la risposta da quel giovane e s’è buttata!...

La Marangi si coperse la faccia con le mani. Tentò di levarsi. Ricadde sulla seggiola.

Balbettava:

—Oh, Sofia! Oh, Sofia mia!... Oh, Dio! Dio! Dio!...