Suora Vittoria appariva sotto uno di quelli archi.
Allora l’epilettica le si avvicinò, pian piano, con un sorriso ebete.
—Badi!—fece alla suora quella dell’arancia, e si levò—Badi! È malata!...
Suora Vittoria stese la mano, come per difendersi. Cocotte glie l’afferrò a volo e la strinse forte e la tenne fra le sue, borbottando.
Vi fu un silenzio pauroso. Adesso l’epilettica, estatica, la bocca spalancata, affisava la suora. E sul suo volto inquieto, impallidito improvvisamente, e negli occhi suoi stralunati cresceva un terrore subitaneo e angoscioso. Le sue labbra si sforzavano di articolar parole che vi s’interrompevano confusamente e vi morivano tra un suono gutturale. Poi, lentamente, le sue mani si rilassarono. Il balbettio scemò, s’udì appena. Ed ella si ritrasse, tutta raccolta sopra se stessa, piegata, in un atteggiamento di bestia.
Mise un alto strido, d’un subito, e barcollò.
—Scendi, Rita!—gridò la spilungona a una finestra—Porta un cuscino!
Accorreva, con la bocca ancor piena.
—Qui! Qui! Voialtre!
Sopraggiungevano le recluse, dal refettorio. Cocotte era caduta sul selciato, con un tonfo sordo. E come la suora, in quel punto, le aveva profferto le braccia l’epilettica le si era avvinghiata a’ fianchi, se l’era trascinata addosso e se la premeva sul petto ansante.