—Sì... Ti devi chiamar fortunato, via! Non ti pare?... La vita assicurata. Ma scherzi?... Dimmi, hai visto niente i miei pettini?... Non ti scomodare. Eccoli. Dunque... Ti dicevo, ringrazia Dio!... Sì, sì, sono soddisfazioni meritate... Tu sei buono, tu hai un magnifico talento, tu faresti cose grandi. Si, sì. Ma di questi tempi... La vita... l’avvenire...

Quali parole vuote, nulle, abituali! E poi, gli premeva davvero la mia fortuna?...

Nella penombra, ricadendo a sedere davanti alla tavola, sorrisi amaramente. Ora Barra interrompeva il suo vaniloquio. Aveva preparato la valigia. E pareva indeciso, mortificato, quasi. Certo, egli mi voleva dire che l’ora della partenza si appressava, che occorreva che egli se ne andasse.

E in quel silenzio della cameretta, quasi senza distintamente vederci, c’intendemmo: il fluido dei nostri pensieri s’incontrò. La nostra amicizia si spezzava, in quel punto—e a nessuno di noi importava più dell’altro.

—Va pure—mormorai.

E mi parve di rispondere, freddamente, a quel che egli non aveva il coraggio di dirmi.

—Senti—disse lui, decidendosi—Ho un’ora. Il tempo per pigliare un boccone assieme. Vieni?

—No. Non ho fame.

—Non vieni?

—No.