VECCHIE CONOSCENZE

I

—La buona sera alla compagnia!

Mi volsi. E al suono della rauca voce grossolana si voltarono pur a guardare verso la porta i miei compagni di tavolino del Caffè Grande al Corso. Era l’ercole della troupe d’acrobati attendata a Giffuni dietro il mercato bovino.

—Buonasera—risposi—Che c’è? Non si lavora?

—Macché!—fece l’ercole, raggiustando sulla piccola testa quasi calva un sudicio berretto di pelo marrone—A Giffuni Vallepiana? E Pompei non è meglio! Città morta, caro lei, città di barbari, non dico per offenderla. Già lei non è giffunino.... o giffunese... Come si dice?

E sedette al nostro tavolino e cavò la pipetta da una saccoccia d’un grande panciotto stinto di velluto rossastro.

—Giffunese—disse il telegrafista di Bartolo, levando gli occhi dalla Gazzetta di Venezia che gli mandava ogni giorno un suo ex collega di laggiù ove il di Bartolo era stato quattro anni.

Seguì un silenzio. Il Caffè Grande era quasi deserto: due mercanti ragionavano del raccolto a un cantuccio, e a un altro sedeva, solitario, il giovane professore di lettere del Liceo Cotugno. S’era fatto portare il calamaio e rivedeva le bozze del suo studio sull’Hecatelegium di Pacifico Massimi, comunicando alla ruvida carta da stampe l’acre e molesto profumo del patchculi ch’egli usava portare addosso. Appiè del banco del principale erano due o tre cacciatori di Casalferrato e sentenziavano di cani e di fucili col caffettiere, Nemrod impenitente anche lui.