—Sul grande Alfonso d’Aragona!
E mancò al giuramento. L’aspettai tutto il giorno, e in quello seguente mi rimisi a rintracciarla. Per fortuna ella m’aveva indicata la casa ove pernottava da un anno, dalla morte di Mastia.
—Se mai, mandate a chiamarmi lì, sotto l’arco, accanto al teatro del Fondo. A destra, sotto l’arco, è una scaletta. Fate chiedere della baronessa.
L’arco così detto del Fondo dal teatro al quale è attaccato da una parte, è ancor quello scuro e sozzo passaggio che dalla via dell’Arsenale, lungo un de’ muri del teatro, mette a Piazza Francese. Mi vi avventurai tra’ mucchi di spazzatura e il copioso rigagnolo d’una fontanina di cui i monelli avevano deviato il corso. Cercai, sulla mia destra, la scaletta che la vecchia m’aveva indicata. V’era, di fatti; anzi là sotto non v’era che quella. E come ne ascendevo, cautamente, gli sconnessi gradini lubrificati dall’umido e dal traffico, una fresca voce femminile m’incitò, dall’alto.
—Avanti, signorino! Avanti!
Ero giunto al sommo della scala. Mi trovai faccia a faccia con una ragazzona in camicia color di rosa.
—Bè?—mi fece, seguitando ad arrotolare una sigaretta—Non entra? Se ne resta lì? Favorisca!
—Chi è?—chiese una voce, di dentro.
—Un signore.
Avevo ben compreso ove fossi cascato. Diamine! Non v’era proprio da ingannarsi. E pure—confesso—lì per lì fui preso da quel minuto d’irresolutezza che può far passare anche un provetto per un ingenuo.