—Ha un cerino, per caso?—disse la ragazza in camicia, che aveva passata e ripassata la punta della lingua sulla Satin della sigaretta—S’accomodi, intanto: si metta a sedere. Sa, ce ne sono delle altre.
Si voltò a dietro e chiamò:
—Chiarina! Armida! Ida! La romana!
A una a una, in quella piccola stanza ov’era solo un divano in giro sul quale ricorrevano specchi appannati in tante cornici barocche, apparvero altre femmine seminude, sonnolenti, sbadiglianti.
Una si buttò sul divano, appena entrata; un’altra, rannodando sull’occipite i lunghi capelli neri, balbettò un buon giorno svogliato. S’aperse, sulla destra della sala, una porta e vi si affacciò un donnone gigantesco con fra le mani, che parevano gonfie, il macinino del caffè. Alle sue spalle, per lo schiuso della porta, apparve un pezzo del focolare e subito nella sala si sparse un odore acre di frittata alla cipolla. Si udiva scorrer l’acqua della fontanina nella vaschetta e quel romore quasi copriva le voci.
—Buon giorno al signore—disse il donnone—Scuserà. Ci trova in desabigliè. Queste principesse si levano tardi. S’accomodi! Ida, vai a chiudere il robinetto!
Quella della sigaretta entrò in cucina. Cessò il romore dell’acqua.
Il donnone soggiunse:
—Forse cerca la Virginia?
Ora la sua voce sonora, maschile s’accompagnava di volta in volta con la musica del macinino, del quale ella girava a tratti la manovella.