SUO NIPOTE

Cominciava ad albeggiare, ma la luce si faceva strada quasi a fatica tra il fitto d’una caligine opaca. Accesi un fiammifero e ne appressai la fiamma al polso della mia mano sinistra. Al momento della mia partenza pel fronte mia madre mi vi aveva ella stessa attaccato un orologetto d’argento. Ora se l’è ripreso, povera donna; l’ha rivoluto, e lo porta appeso al collo con una catenina, e mille volte al giorno pare che abbia bisogno di guardarvi l’ora.

La piccola vampa del fiammifero arrossò in faccia qualcuno—per un attimo—che m’era vicino, e di cui non distinguevo che l’ombra immobile, quasi raggomitolata in quella semioscurità della trincea.

—È giorno....—mormorò l’ombra.

—Sì—risposi—A momenti.

L’ombra si rizzò. E, come se ne avesse dato il segno, altre si agitarono in quella fossa lunga e stretta, umida e fumigante. Adesso, rapidamente, la luce svelava e coloriva tutto: i soldati, le armi, le corde arrotolate a cerchio e ammassate, gli apparecchi telefonici riparati in una buca, i mucchi di vanghe e di gavette il cui metallo accoglieva già de’ riflessi luccicanti.

—Forza!—urlò in quel punto stesso, e ove più la trincea si rinserrava, una voce roca e beffarda.

Subito un’altra, più lontano, gridò: