—Granata a destra!
Levai pur io gli occhi in cielo. Vidi abbassarsi, nel lontano, su d’un albero fronzuto, una piccola nuvola tonda che quasi istantaneamente si squarciò e diventò come un gigantesco polipo giallognolo da’ tentacoli spioventi e scricchianti. Udimmo un rombo, uno scoppio, uno schianto—e dal posto ov’era l’albero si levò un fumo nero e lento, che rimase lì quasi immoto.
L’ombra riprese, sottovoce:
—Signor tenente...
E Marcello Sant’Agàveto, novizio teatino, ora soldato semplice nel 141º di linea, mi si strinse così da presso che ora i nostri corpi si premevano. Sentii posarsi sul mio braccio la sua mano e, voltandomi, vidi lucere i suoi grandi occhi scuri. Ma la mano non tremava, e gli occhi pareva che mi sorridessero.
—Che vuoi!... Fa presto...
—Un minuto soltanto... Sentite... Voi siete stato una volta a Santa Chiara, da mia prozìa la badessa... Vi ricordate?...
—Sì, sì....
—Ebbene... un favore, signor tenente...
Infilavo in tutta fretta il mio cinturone con la mauser, e passavo sotto il mento e v’affibbiavo nervosamente la correggina dell’elmetto. Udivo i comandi venire dall’estremo limite della trincea, confusi, inquieti, accompagnati dal solito vocìo sordo, dal solito strepito di ferraglia. E qualcosa a noi s’avvicinava dalla vasta spianata, qualcosa che intendevamo e non distinguevamo.