—E che ha?

Attraverso la rete di sbarre della duplice inferriata che separa da’ visitatori l’antico e privilegiato gratino della badessa, da una penombra uguale, ove qualcosa di bianco s’agita un poco, trema un fievole sospiro.

—Che ha?—riprende la voce nella penombra.—Gli anni. Ottantasette, figlio. È un po’ sorda: non può parlar più troppo, e ci fatica a scendere quaggiù.

Segue un silenzio. Odo, adesso, il tic-tac lento d’uno di quelli orologi a stipo che si vedono tuttora nei monasteri e pare che quasi siano lì per accompagnare col cadenzato lor ritmo le preghiere borbottate, o un canto lieve.

A poco a poco, guardando dentro per la inferriata, gli occhi miei s’avvezzano a penetrare quelle ombre che prima m’erano sembrate così tenebrose. L’orologio che subito non avevo visto, ora lo vedo: sta davanti a uno di quelli enormi canterani ove le monache ripongono la biancheria e i paramenti—e accanto all’orologio, che pare una bara in piedi, è un tavolinetto che sostenta uno scarabattolo. Mi pare di discernere in questo—ora che dal finestrone che sovrasta al canterano e all’orologio piove di passaggio un lume più diffuso—la testa di cera che fu cavata dalla maschera di Maria Cristina, la santa, e affidata da’ familiari di Ferdinando II alle monache di Santa Chiara. Sì; mi pare che debba essere quella: ha i capelli di seta nera spartiti sulla fronte, gli occhi chiusi, la bocca esangue e sottile. Attraverso i vetri dello scarabattolo, rilevata dal cuscino di velluto amaranto in cui s’affossa, pare davvero recisa, e cadaverica e molle...

—E dalla signora badessa che volete, voi?

La piccola voce ora m’interroga un poco spazientita.

—Le devo fare un’imbasciata.

—La signora badessa vi conosce?

—Sì, mi conosce. E forse si sarebbe ricordata di me. Le ho parlato un anno fa, se non mi sbaglio...