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Maria Agnese s’allontanò. Quell’interno appartato ridiventò silenzioso. L’ora meridiana cadeva: così che là dentro tutto adesso annegava in un’ombra diffusa, tutto spariva quasi rapidamente. Ma qui dove ero rimasto, nella stanzetta bianca—ove appiè della grata, sono alcune vecchie seggiole verdi di forma antica, a spalliere convesse e co’ piedi a colonnine, le seggiole per i visitatori—la luce era ancor viva, ma d’un riverbero dolce e tranquillo, che si distribuiva ugualmente da per tutto. Rimasi in piedi un istante ancora—guardandomi intorno. Mi permettevo d’indugiarmi in quella cameretta come se sapessi che non mi sarebbe vietato quell’assaporamento d’una pace, d’una solitudine così profonde, velate dai veli aggraziati dell’arte ch’io vedevo espressa dalla nobile incorniciatura a cartocci in cui si rinserrava la duplice inferriata, da quei marmi commessi e policromi—che attorno attorno la ornavano come circoscrivendo un’arca preziosa—ancora, qua e là, un poco macchiati di luci. Mi pareva che mi dovesse pure esser lecito di riposarmi, in silenzio, sopra una di quelle seggiole di paglia, capaci e grossolane, che dal seicento alla fine del settecento si costruivano e si vendevano all’Annunziata, ove ancora oggi quell’industria ha gli ultimi suoi tenaci continuatori. La signora badessa, la conversa, il misterioso di là della grata, la rischiarata e quasi poetica cameretta ov’ero rimasto avvolto come da una tenera luce giallina e da un’aria impregnata di odore di rose secche, assorbivano adesso tutto l’essere mio, che là dentro sembrava a me stesso come nuovo e forastiero—un essere che veniva dalle vie, risuonanti di ferro e pregne di ansie, d’una città non meno delle altre investita anch’essa dal furore e dai palpiti d’una tragedia immane, una città squassata, anch’essa, volta a volta, dagl’impeti della sua gioia o dalle contrazioni del suo dolore, e ancora percorsa da carriaggi e da soldati, e quasi mutata in tanti suoi aspetti singolari—da quello del suo mare, adesso deserto, ai deserti delle sue vaste arterie, delle sue piazze, dei suoi vicoli, sepolti in una notte paurosa e profonda.

Ora, mi pareva davvero che a quel luogo d’antica pace e d’antica fisonomia mi dovessi sentire estraneo in tutto. La stanzetta secentesca, que’ quadretti in cornici dorate a rigonfii e volute, l’ornato e marmoreo gratino della badessa, la bella mensola addossata a una parete sotto uno specchietto veneziano dal vetro tutto chiazze si bagnavano ancora delle ultime luci che vi piovevano da un’alta finestra. Ma già una parte del pavimento di riggiole istoriate si copriva d’ombre: l’altra, più in qua, fin sotto ai miei piedi accoglieva tuttora un lume che andava scemando. Estranei a quell’aria tepida, a quella luce, a quelle figurazioni, a quel silenzio raccolto tanto sentivo l’esser mio, la mia figura, la mia divisa, il suono stesso della mia voce, che mi ritrassi pian piano, fino a quando potetti scivolare lungo l’usciuolo che si chiudeva sulla portineria e lì, per un momento, arrestarmi. Nemmeno in portineria era alcuno—ma su uno di quei sedili di pietra che girano appiè degli archi posava un cesto di fiori freschi. Chi l’aveva portato era forse per sopravvenire—e forse di là da quella enorme porta sempre chiusa lo sapevano, poichè mi sembrò udirvi un pispiglio...

Rifeci la mia strada—passo passo. E con la sua figuretta tutta raccolta, con que’ suoi limpidi occhi azzurrini che vivevano ancor tanto allora ch’io la prima volta la vidi—che vivevano e sorridevano—la signora badessa di Santa Chiara, una Caracciolo, mi accompagnò per la strada—piccola ombra rievocata, che mi tenne così compagnia per buon tratto, mentre pur mi pareva di udirmi allato quella tremula voce di bambina...

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La mia licenza di trenta giorni era per scadere—e io pensavo che sarebbe ancora rimasto nelle mie mani il piccolo pacchetto che quel giovanotto mi aveva ficcato in saccoccia poco prima di far la fine straziata che fece.

M’urgeva di consegnarlo. Ora mi mandavano a Bari ove, appena arrivato, avrei saputo dell’ufficio a cui mi destinavano. Ma la guerra era per finire: ogni giorno ne arrivavano notizie liete per noi, e ogni giorno si sentiva più che mai il bisogno di liberarsi da quell’incubo orrendo. In questa nervosa impazienza ero anch’io. Avevo ancor gli occhi pieni di quelli spettacoli atroci, da’ quali m’era sembrato addirittura che ogni cosa più bella della mia esistenza fosse quasi per essere demolita o trasformata. Nulla, nulla volevo più ricordare. Anche di quell’involtino che m’aveva affidato quel piccolo prete anelavo di sbarazzarmi...

Soltanto tre giorni prima della mia partenza per Bari potetti rivedere la badessa. L’antica mia qualità di funzionario all’Intendenza di Finanza mi permetteva di accompagnare nell’antico monastero fondato dalla regina Sancha un ispettore che vi si recava a compilarvi un inventario.

Ella non mi riconobbe subito. Aveva, ora, un’aria assai stanca e camminava pian piano, un po’ curva, e mi veniva incontro come senza vedermi. Poi ci ritrovammo in un viale del grande giardino—ristorato nella prima metà del settecento da Domenicantonio Vaccaro—in piedi tutti e due là dove i pilastri sono rivestiti di gioconde maioliche napolitane che iniziano il colore e il disegno delle viti feconde di cui sostengono il pergolato. Era, intorno, la terra tutta sparsa di quelle foglie rossicce—e la signora badessa pareva che le stesse a contare. Poi la sua mano scarna, che tremava un poco, scivolò sulla spalliera del prossimo sedile e vi si appoggiò, spiegata.

—Mi va il sole negli occhi...