Sedette. E senza levar la testa, con le mani congiunte sulle ginocchia, riprese a parlare, piano:
—Voi siete quel militare dell’altra volta, che venne da parte di Marcello... Sì... V’ho subito ravvisato. Sentite... ebbi una lettera sua, tre mesi fa... O meno?... Non so... Diceva: Se posso venire in licenza e io verrò, verso maggio, ma è difficile. Io l’ho aspettato... Pregando il Signore... Unico figlio d’una figlia di mia sorella Mariantonia...
La lasciavo parlare. Ella parlava più a se stessa che a me, con la testa un poco reclinata: le due piccole mani di cera parevano inchiodate sulle sue ginocchia congiunte.
Continuò più lentamente:
—Anche Sabina, mia nipote, il Signore se la chiamò alla gloria degli angeli... Sia fatta la sua volontà... La madre di Marcello, così, da dieci anni, sono io... Povera serva di Dio...
Mise un sospiro—e sorrise, con un sorriso di bimba incantata.
—Ah, che consolazione... quando tornerà!... Gli farò dire la prima messa al nostro altare privilegiato... Immaginate che consolazione... E poi perchè digiuniamo, da cinque mesi ch’è lassù, alla guerra?... Signore, aiutateci!... Faccio digiunare anche le converse... Mezz’ora di preghiera, ogni sabato, la facciamo...
Aveva parlato eccessivamente e ora continuava a fatica, con un po’ di sopraffiato.
—... sulla pietra, in ginocchio...