—Mazzia, fatemi il piacere, guardate un po' dentro, in archivio, se c'è Larissa, e parlatene a lui di questo ragazzo. Anzi fatelo venire qui, che sarà meglio.
—Come si chiama?—chiese l'impiegato alla vedova.
—Giuseppe Selletta.
Mazzia sparì dietro una portiera. Il vecchietto raggiustò sul naso gli occhiali, soffiò nelle mani e mise sulla scrivania una tabacchiera di argento. Nannina aveva riguadagnato coraggio e s'accostava alla scrivania, guardandovi curiosamente il gran calamaio dorato, sul quale due pupazzetti reggevano a fatica una colonnina per metterci entro le penne. Lo sguardo della piccina incantata passava dal calamaio a un fermacarte di cristallo, sotto il quale si vedeva la chiesa di San Pietro, col cupolone, la piazza e la gente in cammino, tutto colorato.
—Sedete—fece a un tratto il vecchietto, dopo una rumorosa soffiata di naso—pigliatevi, lì, una sedia, quella nell'angolo, brava, sedete pure.
Aprì la tabacchiera, tirò su una gran presa e allungò le braccia sulla scrivania.
—Ah, buon Dio di pace e d'amore!—sospirò.
Poi, voltandosi:
—Che cosa avete in braccio?—dimandò, aguzzando lo sguardo di sotto gli occhiali.
La vedova alzò un lembo dello sciallo, scovrendo il piccino che dormiva tranquillamente con una mano sul petto.