La sentinella — un soldato di fanteria, che s'era posto il fucile ad armacollo — passeggiava, con le mani in saccoccia, e zufolava. Talvolta, lasciandosi a dietro per buon tratto la sua garitta, allungava il passo fino all'arco depresso ed oscuro ove il vicolo terminava, in sopra, verso la deserta via de' Santi Apostoli. Talvolta, soffermandosi, piantato sulle gambe allargate, il soldato interrogava lungamente, con gli occhi in su, quella fetta di cielo che le alte mura della prigione e del monastero parea che quasi attingessero con le loro creste taglienti: un brano di cielo sereno, rischiarato come da un lume prossimo e invisibile. Era imminente l'alba. Difatti, a poco a poco, cominciò a mancare sopra la interna parete della chiesetta quel riverbero giallastro che il lume del fanale vi stampava. Si liberarono a mano a mano dall'ombra l'altare, le scranne in fila, i muri coperti di vecchie tele e di quadretti votivi, il piccolo confessionile di cui lo sportello era rimasto schiuso e uno scarabattolo a vetri, custodia d'un presepe, addossato ad un de' pilastri.

Pareva come se da gran tempo quel luogo fosse rimasto abbandonato: vi avevano conquistato ogni angolo le ragnatele, la poca cura della suppellettile ve la lasciava coprirsi di polvere o di muffa e l'umidità esalava un tanfo di terriccio rimosso. Continuando la luce a mostrare quelle cose la breve navata del tempio anch'ella se ne abbeverò a poco a poco tutta quanta. Si svelò, dietro l'altare, la porticina della sagrestia e l'altare medesimo, carico di frasche e di candelieri, si bagnò tutto del freddo chiaror mattinale: la tovaglia ad orlo ricamato che v'era stesa sopra vi sembrava appiccicata con l'acqua. E come, per un vetro rotto d'un de' finestroni, penetrava là dentro il vento di volta in volta e sibilava, qualche volta, davanti alla statua di Santo Ignazio, la fiamma della lampada, investita da una folata più veemente, si inclinava e parea che si volesse spegnere a un tratto.

Era giorno, oramai. Le ore suonavano al vicino orologio dell'edificio della Vicaria, lente e chiare. Nel vicolo s'arrestò in quel punto il romore de' passi della sentinella: il soldato numerava que' rintocchi della campana e aspettava il cambio. Difatti s'udirono altri passi, frettolosi e pesanti, accostarsi dal lontano e subitamente davanti alla garitta si posarono sul selciato, con uno strepito breve e ferreo, i fucili: una voce dava la consegna, nel silenzio, e la voce della sentinella rimossa le rispondeva piano, brevemente. Poi daccapo risuonaron passi cadenzati e pesanti e s'allontanarono.

D'improvviso la porticella della sacrestia s'aperse tutta quanta. A una a una, entrarono di là nella chiesa dodici suore della Carità e sedettero a un banco, rimpetto all'altarino. L'ultima, una vecchietta, si chiuse la porta a dietro e rimase impiedi, ritta, d'avanti alla mensola dell'altare. Non s'era udito romore e quelle donne erano come scivolate sul pavimento: dalle loro gonne molli e copiose non s'era partito alcun fruscio. Ora, nella mezza luce, le cornette bianche s'allineavano, quasi immobilmente.

Un colpetto di tosse ne scosse una, per un momento.

II.

La suora addossata all'altare si fece il segno della croce e disse:

— Sorelle mie, questo in cui ci troviamo per ordine della nostra reverenda madre generale è il carcere femminile detto di Santa Maria ad Agnone. Fino ad ora la cura delle sciagurate donne che sono qua dentro è rimasta affidata ai Gesuiti. Ma vi sono tante necessità, tante circostanze, non so come dire, per cui in una prigione femminile valgono meglio le donne che gli uomini. Insomma, s'è creduto necessario di farci venire qui a regolare non dico meglio, perchè i buoni padri Gesuiti lo hanno fatto assai bene per quindici anni, ma con affetto, con amore di sorelle, con tutte le cure di cui hanno bisogno, queste povere anime vissute nel peccato.

S'interruppe. Il suo sguardo percorse la bianca fila delle cornette e vi frugò sotto, come a interrogare le pallide facce che nascondevano, in parecchie delle quali sarebbe stato difficile leggere: erano volti da cui nulla traspariva per gli occhi, erano pupille immote, inespressive, abituate al riverbero della passività di anime apatiche, depresse dalla preghiera e dalla regola.

— Ho ancora qualche cosa da dirvi — soggiunse la superiora.