— Fuori, fuori! — strillò una che sopraggiungeva — Venite fuori, monache! Vi vogliamo vedere!
Si fece largo tra le compagne, stese le braccia e tornò a gridare, in fondo alla chiesa:
— Fuori! Fuori!
Le fece eco un urlio assordante.
— Fuori le monache!
Il cortile s'era affollato. Cento braccia si levavano, cento bocche continuavano a urlare. Sul pozzo coverto tre o quattro delle recluse erano saltate in piedi, per veder meglio. E a un tratto, nella folla, avanzando, le suore apparvero e si raccolsero in un silenzioso gruppo, di faccia al pozzo.
La superiora balbettò:
— Figliuole...
Gli urli copersero la sua voce. E si mescolarono a quello schiamazzo spaventevole le apostrofi più insultanti, le più feroci invettive, delle risate scroscianti, delle frasi impure e minacciose. Intanto la scala de' dormitorii seguitava a rifornire il cortile: ora, più lentamente, scendevano le anziane, orribili megere, discinte, qualcuna scalza perfino, qualcuna appoggiata a un bastone.
Vi fu un momento di silenzio. La fila delle suore si rinserrava: strette l'una all'altra, pallide, palpitanti, gli occhi pieni dell'orrore della scena, esse affisavano sullo spettacolo insolito il loro sguardo esterrefatto. E s'udiva in quel silenzio un balbettio cadenzato, quasi un canto sommesso: una idiota sedeva al sommo della scala dei dormitorii e cullava sulle ginocchia un fantoccio di stracci la cui testa informe aveva incappucciata in una piccola cuffia bianca. Il fantoccio andava su e giù in grembo all'idiota ed ella, piegata su quel sudicio fagotto, seguitava a ninnarlo: