— La casa la conosci: accomodati pure. Parla con Chiarina.
Uscì. La porta si chiuse, Letizia rimase sola. Si guardò attorno, guardò l'uscio socchiuso dietro del quale era donna Chiara e per un attimo, tra un nuovo terrore, ebbe la visione dell'orribile vecchia, gigantesca come il marito, quasi calva all'occipite rigato di filze di capelli tinti, copiosa di carne molle e ondeggiante dal petto enorme sul ventre.
L'uscio si mosse, difatti: Letizia si levò impiedi, spaventata. Ma non v'apparve la vecchia. Un gatto rossiccio uscì, sbadigliando, da quella penombra. Avanzò nella camera, si fermò a guardare per un momento Letizia e s'allontanò, scomparendo. Risuonò un'altra volta la tossicina dall'altra parte. Letizia si volse. Macchinalmente spinse l'uscio della cucina ed entrò.
La bionda era seduta a una tavola, presso al focolare: un fagottino era davanti a lei sul quale ella poggiava le mani aperte e la faccia. Un alito inclinava la fiammella del lume ad olio, posto pur sulla tavola, tra le bucce di un'arancia.
Come la porta s'aperse la bionda levò la testa.
— Marta! — urlò Letizia.
Dio! Dio! La donna che il furiere aveva amata dopo di lei, quella per la quale l'avea lasciata, forse! Marta! Marta era lì, per lo stesso orribile destino! Una volta sola l'aveva vista, alla fiera di Santamaria e mai più s'era scordata di quella gran giovane fulva, rosea, piena di salute, piena di schietto sangue rurale. Ma che strani avvenimenti seguivano, dunque, nella vita? Marta! Come lei, come lei, dunque! Destinata alla medesima sorte?
Di su il fagottino la bionda la guardò, senza sorpresa. Sorrideva, anzi, benevola.
Disse, piano:
— Tu sei Letizia di «Riva Casilina». Ho udito tutto. Dammi la mano, perdonami...