Sorrideva, incertamente: ma il pianto era nella sua voce dimessa ed ella s'adoperava invano a soffocarlo. Stese una mano, e con l'altra appressò una seggiola. Letizia vinta, atterrita, vi cadde.

La bionda le passò la mano sulla testa reclinata, la carezzò e quasi se la trasse in grembo, mormorando:

— Io non t'odio... Non t'odio, no... Guarda, pensaci: or avremo la stessa sorte. Bisogna farsi coraggio... Non piangere....

E fra tanto ella stessa piangeva: la sua voce si velava. E con le mani di Letizia nelle sue, con quasi poggiata alla testa di costei l'umida sua gota calda, Marta seguitava a balbettare:

— Non piangere... Non piangere...

IV.

— Avanti, avanti! — gridava Don Placido, nella notte, precedendo le due donne lungo la strada della ferrovia — Fra cinque minuti avremo addosso tutta l'acqua del santissimo cielo! Corpo di Cristo! Con una serataccia come questa!...

E a gran passi veloci l'ombra sua nera fuggiva lungo i muri. Le donne lo seguivano, tenendosi per mano, chiuse nei loro scialli doppii, inciampando di tratto in tratto, ove era più profonda l'oscurità. Così passarono per via «Gran Quartiere», davanti alla villa Ferdinandea, le cui statue impallidivano confusamente davanti al teatro. Erano alle porte della città. Sotto l'androne alcune guardie di finanza si scaldavano a una gran fiammata di fascine, e quella di piantone alla porta cantava, con le mani in saccoccia, addossata allo stipite.

— Salute! — fece Don Placido.

— Salute e bene! — rispose la guardia.