E come, a un tempo, gli fuggivan davanti le donne gridò, ridendo, a Don Placido, già lontano:

— Ferma! V'è contrabbando!

Ora le loro tre ombre erano sul ponte delle fortificazioni: l'acciottolato crepitava sotto gli stivaloni di Don Placido. Più in là i fossati nereggiavano, lateralmente, e vi s'intravedevano paurose profondità. Un'ombra uguale era scesa sulla vallata, alla quale le donne avventavano, di volta in volta, lo sguardo. In un desolato silenzio la campagna pareva conscia e lagrimante della sorte.

— Avanti! Siamo giunti! — gridò ancora Don Placido — Io vado avanti pei biglietti. Terza classe! Passate per l'ultima porta a destra e aspettatemi sul marciapiedi!...

Bruscamente la fabbrica della stazione appariva. Letizia si volse. Tutto era scomparso nella notte, dietro di lei: la città, i bastioni, la campagna medesima, ove nessun lume brillava più. Tutto dunque finiva. Stese le braccia, perdutamente, verso Capua e singhiozzò, disperata:

— Addio! Addio! Addio!....

Si sentì trascinare. La bionda l'avea quasi sollevata per la vita, e le mormorava qualcosa ch'ella non udì. Si vide, a un tratto, sul marciapiedi della stazione, d'avanti al treno nero, interminabile. Vide ancora l'orribile lor conduttore aggirarsi frettoloso pel marciapiedi, udì grida confuse e una voce più chiara, tra lo sbattere degli sportelli, urlare:

— In vettura! In vettura!

E d'un subito uno sportello si spalancò. Salì per la prima la bionda e stese le braccia. Afferrò Letizia, la sollevò quasi di peso e la trasse dentro.

Un'altra bestemmia di Don Placido accompagnò l'atto. E a un tempo, mentre lo sportello si chiudeva, il treno partì, con una scossa che gettò l'una addosso all'altra le due sciagurate.