Urlò:

— Marta! Marta!

Nessuno le rispose. Ella si sentì mancare. S'addossò a un fanale. Ripetette con un grido più acuto, con uno sforzo supremo:

— Marta! Marta!

Nessuno, nessuno! Or ella era a fronte dell'ignoto, nella misteriosa notte del suo destino: sola.

UN «CASO».

I.

Ai «Fossi», laggiù dietro la via larga e popolosa della Ferrovia, terminava il mercato dei panni. Le mercantesse si sbandavano. Alcune pigliavano per la strada della marina, altre s'indirizzavano alla Via Nolana, dalla quale si levava, nel lontano, un fitto polverio bianco. Altre infilavano l'arco aragonese di Forcella e si cacciavano, a gruppi di due o tre, coi lor mucchi di panni in capo, ne' vicoletti della Vicaria, ne' laberinti di quelli della Duchesca ove, qua e là, sotto il sole di agosto, i rigagnoletti e le pozze luccicavano di riflessi metallici.

Lentamente il mercato si vuotava. Era cominciata tardi la vendita, verso il tocco, e terminava alle sedici, nell'ora del sole alto. Era andata avanti assai fiaccamente: le voci della malattia s'udivano un poco da per tutto, le note di cronaca del Roma e i bollettini si leggevano da gente commossa e paurosa or qua or là, d'avanti a' bassi e dentro alle botteghe e nella via stessa, ove si radunavano capannelli di popolani impensieriti. Certo, più della paura poteva la necessità: ma, da una settimana, il mercato de' panni languiva. Le donne di Cardito, di Pugliano, di Pomigliano, d'Acerra lo avevano addirittura abbandonato, esse così tenere di coltri di seta gialla, di seta verde, imbottite di bambagia, trapuntate a mostaccioli, orlate di frange barocche argentate. E invano andavano su e giù le venditrici: davanti ai mucchi di pantaloni a quadrelli, di giacchette di velluto stinto, di corpetti rabberciati e grembiali di ogni forma, provenienze misteriose della miseria, della morte, del furto, nessuno si soffermava. Nessuno comprava. Nello inutile va e vieni perfino veniva a mancare la voglia di gridar la mercanzia: moriva in un susurro l'alto vocìo de' buoni giorni di vendita e nell'afa insopportabile, sotto la sferza del sole, era tutto uno sfinimento. Dalla strada della Ferrovia la cupa eco del passaggio de' grandi carri carichi di derrate o di botti o di carboni, delle vetture d'albergo, de' carretti d'erbaggi delle paludi s'affievoliva: tutto quel transito pareva che non seguisse più come prima. Risuonava, soltanto, a tratti, la cornetta rauca d'un tramwai due, tre volte: squillavano i campanellini di un carretto solitario e, spento quel suono, pareva più alto il silenzio.

Due o tre ancora delle mercantesse si aggiravano per la via dei Fossi, occupata da un chiarore abbagliante. A una a una disparvero anche esse. L'ultima veniva in sulla piazzetta, lentamente, come trascinandosi. Era un gran donnone: forte, alta, bruna. Il sudore le rigava le guance dalla fronte, le imperlava sotto gli occhi la fine epidermide, le riluceva sul labbro superiore, segnato d'una fitta pelurie. In braccio ella si recava una pila di que' comuni berretti a visiera di panno che gli sbarazzini amano di portare di sghembo: uno de' berretti, per ripararsi dal sole, s'era proprio posto in capo. Ciò le conferiva un assai curioso aspetto.