E come ella pareva indecisa il vetturino soggiunse:

— Bene, andate pure: io vi aspetto.

Da' Lanzieri erano andati alla Marinella e dalla Marinella a Mercanti, e appresso alla Giudecca, al Vico Coltellari, a Rua Catalana. Ella a ogni sosta, si precipitava dalla vettura, si cacciava in un palazzetto e riappariva poco dopo muta, livida, con gli occhi pieni di lacrime. Risaliva a stento in vettura: s'afferrava alla serpa talvolta. L'ultima volta Longo dovette aiutarla. Per via la udì singhiozzare.

Si volse, seccato.

— Ma che avete dunque?

Ella mormorò:

— Nulla....... nulla.

Annottava. A un tratto Longo sentì che ella gli batteva lievemente, in punta di dita, sulla spalla.

— Dove andate? — disse lei.

Difatti, ove andava Longo, con la sua vettura polverosa, con la sua rozza affamata e zoppicante, sognando in serpa e guidando macchinalmente la bestia? S'arrestò, si guardò intorno. Erano sulla via nuova, deserta e buia, dell'Arenaccia. Sulla destra si disegnava confusamente l'immane tettoia della stazione ferroviaria, tutta nera: i grandi occhi immobili delle locomotive rossi, verdi, giallognoli ammiccavano nell'oscurità. Un fischio acuto e breve ruppe il silenzio: l'aria vibrò tutta al fragore d'un treno che passava sulle piattaforme metalliche. Dalla via si vide il treno svolgersi rapidamente, e trascorrere, come un gran serpe nero che scompariva nella notte.