Il lume del giorno veniva dentro in quella stanza, ch'era tutto il loro quartiere, per una finestra che guardava sul vasto cortile scoverto dell'antico monastero di Santa Caterina a Formiello: una scialba luce autunnale bagnava freddamente le coltri del letto, ma qualche angolo della cameretta — che un tempo era stata cella — accoglieva ancor l'ombra. Lì, tra due seggiole zoppe, era per terra un piattello con l'acqua, e il cane in quel punto vi si dissetava: un barbone sudicio, che accompagnava su' vapori inglesi e nelle trattorie del Piliero il marito di donna Clorinda, Mastia, un siciliano, pittore di paesaggi. Nel silenzio dell'ora si udì per un pezzo il chioccolare dell'acqua che il barbone lambiva avidamente. La vecchia si volse e guardò da quella parte. Poi tornò a contemplare il marito, con occhio tranquillo. E gli parlò piano, lentamente:

— T'u dissi: nun bíviri!

Null'altro. Era ella così disposta, per naturale sua filosofia, a tenere per fatali somiglianti circostanze della vita e a non farsene vincere? O quel vecchio cuore indurito non avea mai palpitato? Oppure con gli anni e con la vita stentata e per il nessun amore che Mastia le aveva dimostrato fin da principio, s'era inaridito ogni sentimento in lei, che un tempo era stata pur giovane e bella e amorosa? Chi lo sa? Sul silenzioso orrore della nuda e fredda stanza pesava come un rigido mistero, e quella morte improvvisa non certo lo discioglieva. Intorno alla camera di Mastia erano altre povere camere abitate da gente anche più povera di lui: l'immenso fabbricato di Santa Caterina a Formiello, una volta claustro impenetrabile, accoglieva ora centinaia d'oscure e miserabili creature, e ciascuna covava là dentro il suo segreto e il suo dolore. Di volta in volta, tra quelle spesse mura di convento che ammorzavano ogni romore e soffocavano gridi angosciosi o selvaggi, scoppiava la catastrofe di un dramma: talvolta fin v'era scorso il sangue. Tuttavia, non la più comune manifestazione della vigile curiosità partenopea s'era espressa in quel momento da parte degli altri inquilini: solo qualche porta pesante s'era schiusa sul corridoio in penombra per subito rinserrarsi, ricacciando a dietro una pallida e paurosa testa femminile. A ciascuno bastava la propria miseria. E sulla sera, dopo l'accaduto, era rimasto deserto quel lungo e vasto corridoio, sorvegliato solamente dalla luce rossiccia del lanternone che il custode v'attaccava a una parete e che per breve tratto coloriva, disotto, le antiche mattonelle del pavimento, componenti a quel posto una stinta e barocca decorazione secentesca, tutta svolazzi verdi e giallicci. Cumuli di spazzatura, ammonticchiata qua e là sotto le vasche di marmo che le monache non avevano avuto tempo di svellere dal muro istoriato a fresco, alitavano un lezzo insopportabile. Quando il barbone tornava a casa con Mastia era lì che s'indugiava assai spesso.

II.

Donna Clorinda scivolò giù dal letto, in camicia, rabbrividendo al gelido contatto del pavimento sul quale i suoi piedi nudi avanzavano. Attaccato al muro di faccia uno specchio accolse d'un subito, e a mezzo, la sua bizzarra figura bianca procedente con la lentezza d'un fantasma. A un momento ella ristette, e, vinta da un'abitudine irresistibile, vi si rimirò, quasi atteggiandosi. Fra tanto principiava laggiù nel cortile la fatica de' fabbri: della legna arsa crepitava: guizzava e lambiva un alto muro annerito il fumo azzurrino di una fiammata: i martelli picchiavano già sulle incudini e un carro di botti entrava, con sordo fragore, nell'ex monastero.

Stanno intorno ad esso le torri aragonesi, che Ferrante pose a difesa della Porta Capuana: ora, sul cielo perlaceo, que' baloardi si stagliavano con un colore plumbeo rilevato da un fitto d'erbe selvagge ch'erano rampollate ne' loro crepacci e prosperavano sulla lor cresta interrotta. Da case e da fucine invisibili altre colonne di fumo, più lontane e sottili, salivano ritte nell'aria: la città si svegliava a mano a mano, e un'esterna sonorità crescente e confusa faceva sembrare più cupa, più appartata la fabbrica solitaria dell'antico convento.

Donna Clorinda si raccolse su d'una seggiola, di faccia al letto, e si cominciò tranquillamente a vestire.

Da parecchi anni la vecchia era dominata da un'innocente follia, che si esprimeva nella sconfinata considerazione di tutte le sue presunte qualità, e più precisamente di quelle fisiche. Ella si adorava, in un apatico egoismo nel quale non riesciva a far breccia alcun caso esteriore. La felicità o la sventura altrui contemplava di sfuggita, con un sorriso melenso: ogni più straordinario avvenimento nè la stupiva, nè la sconvolgeva. Era altrove il suo spirito e rincorreva fantasime trascorrenti fra la gioventù, la nobiltà, la ricchezza. Le pareva che la casa di Mastia, ottenuta in carità dal Municipio, fosse una reggia, che vi troneggiasse lei da regina, che un ammirativo mormorio la seguisse quand'ella ne usciva e che fosse abituale argomento d'ogni discorso de' vicini l'incesso magnifico di lei e la sua benevola maestà.

Pianger Mastia? Macchè! Nell'anima della vecchia, già da tempo, s'era spento ogni affetto: e poi, da quando la prima volta il marito l'aveva picchiata, un odio cupo e muto le era man mano cresciuto dentro per quell'ubriacone brutale che era stato il tiranno della sua gioventù. Ora, vestendosi, due o tre volte la povera pazza sorrise, di faccia al cadavere. Pareva davvero soddisfatta. Si mise il cappello, tornò a riguardarsi allo specchio, aperse la porta e se ne andò via col suo solito e tardo passo un po' zoppicante.

Qualcuno la vide scendere, lenta, le scale. Borbottava frasi che parevano rivolte ad esseri invisibili a' quali, di volta in volta, soffermata sul pianerottolo, ella stendeva la mano, inguantata di seta. Fu pure osservato che la vecchia s'era più che mai infagottata: pareva che portasse addosso due o tre gonne una sopra l'altra e due o tre corpetti. Quello esteriore era verdognolo, orlato di antico jais. Sotto il braccio sinistro ella aveva l'ombrello: il destro era infilato nel manico d'un cestino, che doveva esser ben greve: la piegava, quasi. E disparve. Poco appresso giunse lassù il delegato di pubblica sicurezza con un medico frequentatore della Farmacia della Rosa in piazza Carbonara. Donna Clorinda era passata per l'ufficio di pubblica sicurezza, aveva informato il piantone della morte di Mastia e se n'era andata.