La bisogna fa breve: constatazione del decesso — come si dice in gergo legale — processo verbale e disposizioni per la rimozione del cadavere.
— Bel caso, eh? — fece il delegato al medico. — Crepa il marito, e la moglie lo pianta come un cane rognoso.
Il medico, un giovane ch'era al principio della sua professione, si guardava attorno meravigliato, assalito, in quella desolante misera della stanzuccia, da una tristezza profonda.
— Se lei mi mette subito il visto alla carta di accompagnamento — soggiunse il delegato — io mando via quel signore oggi stesso. Non sente? V'è già cattivo odore.
Accese un sigaro. Il medico sottoscrisse la carta, si levò, guardò ancora Mastia, la cui faccia deformata si copriva di ombre turchinicce. Le due guardie che avevano accompagnato il loro superiore contemplavano e comentavano le quattro o cinque tele addossate al muro: una copia della Beatrice Cenci del Reni, un paesaggio di Taormina, il tempio di Pesto, la scena rosseggiante d'una eruzione del Vesuvio, con una fiumana di lava che affluiva fino al mare in convulsione...
In giornata il cadavere di Mastia fu portato al cimitero nel carro dei poveri. La stanza rimase vuota e deserta. Donna Clorinda non vi tornò più.
III.
Fu proprio in quel tempo che il bisogno d'una modella della sua età e del suo stampo divenne per me urgentissimo: un mio quadro di caratteristici costumi partenopei, colorito della vivacità del color nostro e materiato degli elementi tra malinconici e grotteschi che offrono all'assaporante o meditante gastronomia dello sguardo certe nostre vie popolane mancava appunto di quell'assai pittoresca figura senile, ch'io ricordavo d'aver più volte incontrata per la via, rincorsa dall'odiosa ragazzaglia plebea che non rispetta alcuna peripatetica sventura: una vecchia bizzarramente vestita, con certi buccoli argentei che le scappavano disotto al cappelletto tutto piume e nastrini e le sbattevano sulle gote infossate, una vecchia con un cestino infilato al braccio e, attaccato al polso ossuto della mano destra, un bastone con cui minacciava i suoi persecutori infantili.
— Quella? — mi dissero, come ne parlavo una volta tra conoscenti — Quella è donna Clorinda.
Finalmente la ripescai, una sera di estate, in una taverna di Piazza Francese. La vecchia era seduta in fondo, quasi accanto al focolare, e di faccia a lei, alla medesima tavola, cenavano due facchini del Molo Piccolo e un soldato della vicina caserma. Donna Clorinda reggeva a due mani la scodella della minestra e con tutta precauzione l'accostava alle labbra e beveva il brodo. In un tondino era un mucchietto di pesce fritto. Come l'oste seguitava a frigger pesce e ne lasciava cadere una minuzzaglia infarinata nella padella piena d'olio bollente e un fumo acre e denso si spandeva attorno, la testa architettata di donna Clorinda appariva e spariva in quel fumo. Rimpetto a lei i due facchini parlavano di sciopero, picchiando di volta in volta sulla tavola con le larghe mani callose, dalle unghie lucenti d'untume: il soldato, un settentrionale biondiccio, beveva silenziosamente, e fumava.