Ero giunto al sommo della scala. Mi trovai faccia a faccia con una ragazzona in camicia color di rosa.

— Bè? — mi fece, seguitando ad arrotolare una sigaretta — Non entra? Se ne resta lì? Favorisca.

— Chi è? — chiese una voce, di dentro.

— Un signore.

Avevo ben compreso ove fossi cascato. Diamine! Non v'era proprio da ingannarsi. E pure — confesso — lì per lì fui preso da quel minuto d'irresolutezza che può far passare anche un provetto per un ingenuo.

— Ha un cerino, per caso? — disse la ragazza in camicia, che avea passata e ripassata la punta della lingua sulla Satin della sigaretta — S'accomodi, intanto: si metta a sedere. Sa, ce ne sono delle altre.

Si voltò a dietro e chiamò:

— Chiarina! Armida! Ida! La romana!

A una a una, in quella piccola stanza ov'era solo un divano in giro sul quale ricorrevano specchi appannati in tante cornici barocche, apparvero altre femmine seminude, sonnolenti, sbadiglianti.

Una si buttò sul divano, appena entrata; un'altra, rannodando sull'occipite i lunghi capelli neri, balbettò un buongiorno svogliato. S'aperse, sulla destra della sala, una porta e vi si affacciò un donnone gigantesco con fra le mani, che parevan gonfie, il macinino del caffè. Alle sue spalle, per lo schiuso della porta, apparve un pezzo del focolare e subito nella sala si sparse un odore acre di frittata alla cipolla. Si udiva scorrer l'acqua della fontanina nella vaschetta e quel remore copriva le voci.