— Se è vero?..

— Se è vero quello che si dice.

— Che volete la risposta a quello che gli avete scritto e se è vero quello che si dice.

— Così. Ora va. Ti ricordi? Alle partenze. Chiamalo fuori dell'ufficio.

La servetta si cacciò la lettera nel busto e uscì. Ripassando per la stanza che poco fa aveva lasciato si fece alla finestra e guardò nel cortile. Il gran cortile era deserto: a un angolo, per una delle porte d'entrata, passava un gran chiaro e si diffondeva e dilagava sull'arido selciato. La moglie del portinaio avea piantata al sole una seggiola e appeso alla sua spalliera un sudicio lino del suo poppante. All'opposto angolo, nell'ombra, la ruota immane per la fornitura dell'acqua gocciolava e lo stillicidio incessante turbava una pozza d'acqua, là sotto. Di fuori l'immenso rione nuovo del Vasto pareva morto: il silenzio era alto: nessun romore, nessuna voce! Tratto tratto, dalla parte delle paludi, lungo la ferrovia, fischiava lamentosamente una locomotiva, due, tre volte.

Di faccia alla finestra ove la servetta s'indugiava era quella della Marangi, la maestrina comunale. A poca distanza dal parapetto, seduta a una tavola sulla quale posava la piccola macchina da cucire, la Marangi scriveva, piegata su un mucchio di carte. Di volta in volta, sostando, si leccava il medio della mano destra che s'era insudiciato d'inchiostro e lo fregava a una pezzuola.

— Signorina Marangi — disse Milia — scusate tanto se vi disturbo. Io vado per una commissione e lascio sola la mia signorina. Mi volete dare un occhio alla porta?

La Marangi levò il capo. Rispose, breve:

— Va bene.

Si rimise a scrivere. S'udì lo sbattere della porta e Milia scese le scale, canticchiando. Era così alto il silenzio che la Marangi udì, chiaramente, la voce della servetta in cortile. Milia diceva al portinaio: