Vulite 'o vasillo? Vulite 'o vasillo?...

Serafina

Martedì — Maggio 86.

Il portinaio dello spedale dei Pellegrini è un burbero rossiccio, il quale, quando in certi giorni ha infilato un soprabito che gli batte alle calcagna, tutto stinto e sparso di macchie d'olio, quando s'ha posta in capo una tuba gigantesca, crede d'essere il guardaporta di Palazzo Reale. Ha conservato un accento calabrese e la insolenza dei soldati borbonici; certo ha dovuto servire nell'esercito di Re Mbomma. Tra l'altro poco ci vede, per una congiuntivite che gli arrossa tutto intorno le palpebre. Sarà stato per aver continuamente avuto sott'occhi gente insanguinata.

Ieri questo cerbero digeriva il pranzo, trattenendosi a chiacchierare con un vecchietto il quale gli faceva delle confidenze presso al casotto. Poco prima la campanella di avviso aveva suonato due volte — un tocco solo vuol dire: ferito semplice, — due vogliono dire: ferito in grave stato, — tre: ferito moribondo. Era stata trasportata su, alla sala delle medicature, una donna, una giovane. Cinque coltellate, nè più, nè meno. La donna si lamentava, si guardava intorno smarrita, mormorando:

Sant'Anna mia! Ve faccio nu voto!... Scanzateme!... Uh, Madonna mia!... Chiano chiano!...

Veniva da Piazza Francese, da una delle due suburre napolitane. Aveva denti e capelli splendidi, una mano piccolissima. Gli occhi grandi, azzurri, pieni di lacrime, lucevano. Si chiamava Serafina.

*

Laggiù, presso al casotto, il portinaio fumava la pipetta. Il gran cortile dei Pellegrini era tutto occupato dal sole, così che il cuoco, un uomo grasso, ne profittava per sciorinare il suo gran moccichino, a quadroni scuri, sulla spalliera d'una seggiola. Due guardie di Pubblica Sicurezza leggevano insieme un libretto di Nuove canzoni napolitane, comentandole. Il brigadiere era salito in sala di medicatura per raccogliere la deposizione di Serafina.

Diceva il vecchietto al portinaio: