Tornai laggiù. Ancora il professore Otto Richter non mi aveva parlato definitivamente di lui. La sua piccola figura da racconto d'Hoffmann o d'Erckmann-Chatrian, la sua placida figura tedesca serbava qualcosa di misterioso ch'io cercavo invano di scrutare e su cui arzigogolavo senza raccapezzarmici.

Seppi soltanto questo da lui, alle prime confidenze, ch'egli era venuto di Germania in Italia a piedi. Capite? A piedi. Ne rimasi inorridito; io che adoro le vetture, la ferrovia, le tramvie, tutto quello che è mezzo di trasporto!

Il mio sguardo scese subito alle scarpe del buon uomo, due scarpe punto eleganti, dal tomaio piatto, basso, enorme, dalla punta quadrata, dalle suola doppie tre dita. Vere scarpe nordiche. Egli posava su quel piedistallo e sorrideva, contentissimo. Aveva, parlando, un certo ammiccar d'occhi malizioso, pel quale gli si arricciavano le gote. Tutta la faccia diventava una ruga sola. Parlava a bassa voce.

E poi seppi, pure da lui, ch'egli viveva a Napoli da parecchio tempo, che abitava nel torrione di San Martino, che durante tutta la santa giornata girava per la città dando lezioni di lingua tedesca.

— Voi non conoscete? — fece lui.

— No, — risposi, mortificato. — Ma amerei imparare.

— Desiderate lezione? — disse lui, sorridendo. — Parleremo di questo.

Poi non ne parlammo più. Era un vecchietto pieno di delicatezze.

Continuavano le prove della Società del Quartetto. Una mattina il professore Otto Richter se ne venne nel vicoletto con tra mani un libriccino di elegante edizione tedesca.

— E questo?