— Questo? Trattato veleni.
Veleni? Ma il vecchietto si affrettò a soggiungere, battendosi in petto la mano spiegata:
— Io anche un poco medico.
Un po' medico, un poco poeta, un poco pittore — egli era un po' di tutto. Sopratutto un musicomane. La mia ammirazione cresceva di domenica in domenica, come i concerti del Quartetto si seguivano e ci teneva insieme la comodità del vicoletto. Bisognava vedere il mio amico Otto Richter mentre romoreggiava, di dentro, la Cavalcata delle Walchirie! Quel buon Richter! Coi pugni stretti, gli occhi lampeggianti, le gambe allargate, l'ombrella brandita come la frusta d'una delle amazzoni wagneriane, e facendo: Pa pa ta pa! Pa pa ta pa! Papatapà! Zin!
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Passò un mese, un felice mese di pruove e di concerti. Non mancammo mai. Sui muricciuoli del vicoletto spuntavano fiorellini gialli e tutte le lor creste n'erano sparse. Una striscia d'ombra sotto quei muricciuoli, e in mezzo al vicolo un accampamento di sole. Saliva la musica fino al Rione, chiamando i passanti, invitandoli alla platea solitaria di questo teatro improvvisato. E pei gradini diruti scendevano subitamente figurine femminili, allegri cavalierini in galanterie. Era un romore di stivalini saltellanti che faceva voltare il mio amico Richter. Egli pareva un vecchio passero solitario turbato da una folla accorrente di uccellini chiassoni. Si ricantucciava e non si moveva più. Qualche piccola signorina lo indicava alle altre, sorridendo.
Certo il mio amico Richter interessava. Era una figura originale, di quelle che i giornali illustrati tedeschi mettono in una novella semplice e buona, vivificata dalla matita di un artista di spirito. Parecchie volte lo incontravo in quei paraggi, con una valigetta a una mano, l'eterna ombrella nell'altra. La valigetta s'empiva di frutta, di erbaggi, di latticinii, d'un po' di tutto. Il mio amico Richter entrava frettolosamente nella bottega d'un pastaio, faceva di cappello con quella cortesia ch'è tutta tedesca e chiedeva due chilogrammi di spaghetti. E in un'ora egli si era provvisto di tutto il mangiabile o il cucinabile. Così tornava a San Martino e di lì scendeva per andare a udir la musica in Villa Nazionale o in qualche altro posto dove musica si facesse. Era la sua grande passione.
Una mattina lo vidi che seguiva le esequie di un capitano suicida. Era accanto alla banda musicale, tutto pensoso, l'eterna ombrella sotto il braccio. Lo rividi poi qua e là per le vie, per le stradicciuole di Napoli, frettoloso, parlante a sè stesso. Forse si recava alle sue lezioni di tedesco. Poi non lo vidi più.
Scompaiono tante persone ogni giorno in questa Napoli, e tante ne compaiono di nuove!
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