Una sera, era qui la regina, si dava in onore di lei un concerto al Quartetto. Il vicoletto era pieno. Eravamo in parecchi amici, nella più grande aspettazione per un programma che prometteva Schumann, Wagner, Boccherini, Beethoven. La sala era certamente affollata, ma qui, nel vicoletto, al fresco, come si stava meglio — e senza pagare il biglietto! Per le aperte finestre uscivano il susurro degli intervenuti, lo strepito delle seggiole smosse, un fruscio d'abiti serici. Di tanto in tanto un accordo di violino, un suono rauco di tromba, una voce che chiamava.
Il vicoletto fu, a un momento, tutto illuminato dalla luna che si liberava dall'impiccio di certe nuvole impromettenti, e campeggiava serenamente in cielo. Noi altri si chiacchierava, aspettando. Accosto a me era seduto un uomo occhialuto, dalla piccola e incolta barba nera. Un forestiero. Non so come io gli abbia rivolto la parola, nè so più perchè. Certo è che il mio vicino, tra una domanda e una risposta, brevi sempre, mi disse che egli era tedesco, ch'era professore di lingua tedesca, e che avrebbe desiderato di esser conosciuto. Me lo disse, poverino, con una cert'aria! Pareva mortificato. Tedesco? Professore? Certo conosceva il mio amico Otto Richter.
— Otto Richter?... — borbottò, cercando nella memoria.
Poi fece:
— Ah! Richter!
— Dunque?
— Morto. Otto Richter? Professore? Morto.
Una cosa molto semplice per questo signore meditabondo. Ma.... Povero Richter! E come?
Il mio vicino pensò ancora. Ecco, era morto così, — e si batteva la fronte, — male di cervello. Tre giorni, non più. Poi morto.
Dopo un momento cavò da un enorme portafogli la sua carta e me la porse. V'era scritto a mano: Corrado Weber, professore di lingua tedesca.