— Sentite, me ne sarebbe mancato il coraggio. Voi non lo vedete più, Peppino, e lui non vede più voi. E chi chiama se s'ammala?
— Come! Allora non sapete niente. Lì si trova come a casa sua e niente gli manca.... Ah! è vero, — soggiungeva con le lagrime agli occhi, — io non avevo pensato a questo, ma già, avranno medici e medicine, e se accade che lui s'ammali, lontano sia, me l'hanno da far sapere.
— Vi dico che non lo fanno sapere, — sentenziava la Fusco, carezzando il suo marmocchio, come per dire a Carmela: «Questo qui, vedete, me lo tengo io, che sono la mamma, e non uscirà mai di casa sua».
La vedova rientrò in casa e corse a baciare così forte il suo piccino, che dormiva nella culla, da farlo svegliare in un sovrassalto. Il piccino si mise a piangere.
— Bello mio! — fece lei. — Zitto, via, zitto! Oggi andiamo a trovare Peppino.
Era venuto l'inverno a un tratto, con giornate buie e rigide. La casa di Selletta stringeva il cuore, tutta occupata dall'oscurità. Appena, di sotto l'uscio, ci si vedeva il lettuccio di contro la parete ove gli strappi al parato scoprivano la grigia nudità del muro. L'umido penetrava nelle ossa; Selletta lì dentro ci aveva perso la salute.
La vedova imbacuccò alla meglio il piccino e lei si buttò addosso lo scialle nero che a quello era servito di coltre, nella culla. Cercava ora la chiave della porta. La trovò nella cenere fredda del braciere che, con quella, aveva scavata il giorno prima, per riattizzare il fuoco.
— Andiamo da Peppino, — ripeteva al marmocchio, chiudendo l'uscio.
La viuzza, trafficata dai piccoli venditori e dal vicinato in movimento, pareva allegra. Nel lontano, per un vicoletto che vi sbucava, una larga striscia di sole attirava i passanti, i quali si fermavano apposta in quel po' di caldo a chiacchierare.
— Dove andate? — chiese alla vedova una vicina. — Avete vista la buona giornata e andate a spasso?