— Andiamo da Peppino, — disse Carmela, mettendo in tasca la chiave.
— Peppino chi?
— Peppino mio figlio, che ho messo a scuola all'Albergo dei Poveri quando Selletta è morto, buon'anima sua. È stato lui che me l'ha raccomandato. Diceva: Mettilo lì perchè impara l'arte e porterà pane alla casa.
— E voi l'andate a trovare?
— Sono tre settimane che non lo vedo, e questo gli farà piacere. Lasciatemi andare, bella mia, buongiorno.
E tirò via col bambino in collo, trascinando per la mota della viuzza un lembo della gonna lacera.
In quel pezzo della via soleggiata, lì dove il gruppetto di femmine s'era raccolto a ciarlare, trovò Nanninella che guardava curiosamente, con le manine sotto il grembiale, il panchetto d'un venditore di caramelle il quale si godeva il sole fumando la pipa, con gli occhi socchiusi.
— Nannina! — fece la vedova. — Come ti trovi qui? Che fai?
La bambina le corse incontro, allegramente.
— Non si lavora oggi, la maestra ci dà vacanza; ce ne ha mandate via tutte, perchè lo sposo la conduce in campagna.