Il letto di Chiarinella l'avevano collocato in un angolo ove arrivava tutto il sole. Nel verno, quando il sole era dolce, la poverina s'addormentava in un'onda luminosa, che le scaldava le manine esangui sulla coverta. Tutta la giornata rimaneva sola; la chiudevano in casa e portavano via la chiave, abbandonandola a tutti quei pensieri, a tutte quelle paure che hanno i bambini quando non si vedono accosto nessuno. Lei dapprima avea pianto, con la testa sotto alle lenzuola, tutta raggranchita, non osando gridare per non spaventarsi peggio. Provava timori strani, le pareva che non dovesse stendere le gambe perchè qualcuno, un mago, un essere spaventoso, le avrebbe afferrato i piedini, tirandola: non metteva fuori la testa, per la paura di non trovarsi di faccia un volto mostruoso con gli occhi spalancati che la guardavano di sopra alla spalliera del lettuccio. A momenti credeva di sentir battere alla porta quello scemo orribile, a cui venivan le convulsioni nella strada e che una volta le era corso appresso, urlando. Poi, quando la malattia la ridusse che non poteva più muoversi, rimase lì nel suo cantuccio, istupidita e indifferente, come se niente più la colpisse.
Lassù, in quella stanzuccia al quarto piano, ci dormivano la Malia, ch'era ballerina a una baracca, donna Bettina e Chiarinella. La Malia andava al concerto per tempo e toccava alla madre accompagnarla; la ragazza tornava di notte, tutta freddolosa nello scialletto rosso, con le mani nel manicotto spelacchiato, che lei stessa avea cavato dalla pelle di un gatto bianco e nero. Donna Bettina le portava nell'involtuccio la vestina di veli, il corpetto rosso a frangia dorata e le scarpine piccole piccole come quelle di Cenerentola. Malia, quando qualcuno dei giovanotti che frequentavano la baracca le avea regalato dei pasticcetti nell'intermezzo, entrando in casa si buttava sul letto assai stanca, senza nemmanco spogliarsi. Quando no, andava rovistando per la casa se trovasse qualche cosa da rosicchiare e strepitava, dicendo che se ne sarebbe andata via un bel giorno col primo venuto, perchè quella era una vita infame e non poteva durare. Donna Bettina diceva: Vattene, vattene, che è meglio; una bocca di meno! Nella notte, mentre la lampada ardeva innanzi a una Madonna sul canterano, donna Bettina chiamava sotto voce:
— Chiarinella!
La bambina non avea chiuso occhio. Rispondeva sommessamente:
— Eh?
— Dimani mamma ti compra un soldo di latte. Ti farò compagnia. Non ci vado al teatro....
— Sì, sì! — pregava lei. — Non ci andare, fammi compagnia!... Senti, mamma....
Quella balbettava, lasciandosi vincere dal sonno:
— Zitta ora, dormi.... domani.... domani....
La camera taceva. Chiarinella era sempre l'ultima ad addormentarsi; udiva per un pezzo ancora il respiro forte e uguale della sorella, che alla baracca avea ripetuta una piroetta e s'era affaticata. A volte la coglieva la sete; scendeva, a tentoni, cercando il bicchiere sulla scansia a cui le sue piccole braccia magre appena arrivavano. Certe mattine la veniva a vedere la Nunziata, una vicina che le avea dato latte quando Bettina non ne aveva.