— Povera piccina! — mormorava. — Povera Chiarinella mia!

Le portava un'arancia fresca, sedeva accosto al letto e si metteva a toglierne la buccia e la pellicola, dividendola a spicchi che la bambina succhiava avidamente, in silenzio.

— Par nata muta, — diceva Bettina, quando ne parlavano.

— No, no, è la malattia. Badatele, sapete, non si scherza, s'è fatta magra come uno spillo. Che v'ha detto il medico?

— Quale medico? E chi ha potuto chiamare il medico? Ah! Nunziata mia, voi non sapete i guai miei!

E si metteva a raccontarglieli sotto alla porta, mentre la Nunziata a ogni momento correva dentro a vigilare il ragù, di cui l'odore piccante entrava nella camera di Bettina. Guai grossi. Il marito se n'era andato a Palermo, sopra un legno di Florio, e chissà quando tornava. Denari niente. A Natale soltanto avea mandato trenta lire, sparite via come il fumo. Malia se ne avea prese otto per una cinturella dorata che le serviva nell'Orfeo all'inferno, al terzo quadro. La casa si sfasciava, abbandonata alla miseria, senza sistema, senz'amore. Non c'era più niente; Malia avea saccheggiato tutto: il Monte di Pietà era pieno dei panni loro.

— Oh! Gesù! — diceva Nunziata, rabbrividendo. — E come potete vivere così? Mettetevi a fare la serva, i posti ci sono.

— E Malia? La lascio sola? E Chiarinella?

— Per la bambina, se la Provvidenza ve la fa guarire, me la tengo dentro da me con le figlie mie, — disse Nunziata. — Intanto Malia potete lasciarla fare. Lei non è stupida, baderà.

— Oh! no, mai sola! — protestava Bettina. — Voi sapete il mondo com'è cattivo!