Ma in fondo era per questo, che alle cenette dopo il teatro ci andava anche lei, e a volte avea messo in saccoccia qualche mezzo pollo, mentre la figlia teneva a bada i giovanotti che le facevano la corte per gli occhi belli che aveva.

Tira, tira, la corda si spezza. Negli ultimi giorni dell'anno Chiarinella non la si riconosceva più. Si lamentava tutta la notte, piangendo sola, con la testa abbandonata che aveva fatto il fosso nel cuscino. Nel giorno della Epifania, Nunziata entrò a vederla e le spuntarono le lacrime agli occhi. Lei, poverina, le sorrise e le mostrò, senza parlare, un'altra arancia che le aveva portato la vicina e che aveva nascosta sotto alla coperta, sul petto.

— Senti, — disse Nunziata, — ti vengo a far compagnia. Io ti voglio bene. Sai oggi che festa è? Oggi è l'Epifania. Stanotte arriva la Befana che va da tutti i buoni piccini. Bisogna attaccare una calza a capo del letto. Se la bambina è buona la Befana viene a mettervi un regalo bello; se è cattiva vi mette i carboni.... Senti, — soggiunse, — ora me ne vado, ti mando Cristinella.

Dopo un po' la figlia di Nunziata, una bambina di cinque anni, entrò allegramente. Si recava in braccio una bambola di legno, alla quale avea messo il suo grembiale ed una cuffietta ricamata.

— Guarda com'è bella! — esclamò, sedendo sul lettuccio. — Dalle un bacio.

Glie l'accostò alla bocca. Chiarinella la baciò in punta di labbra.

— Si chiama Angelica, — disse Cristinella. — È figlia a me.

La strinse nelle braccia e si mise a cullarla, cantandole la ninna nanna.

— Oooh! oooh!

Poi subitamente l'adagiò sulla coltre del letto.