— Per vedere suor Carmelina? Per parlare con suor Carmelina? Per sentire la voce di suor Carmelina?

— Forse.

Lui rise fortemente. Ella in quel momento passava e si volse. Le donne hanno questo di particolare che anche da lontano, con la coda dell'occhio, appurano quello che dite e se parlate di loro. Per un momento la sua veste scivolò lungo la fila dei letti, senza romore, senza toccarli, lambendo i larghi quadroni di marmo del pavimento. Un malato, il numero 34, un vecchio colono di Melito, si levò a sedere sul letto e si sberrettò, inchinandosi, mormorando qualcosa. La suora gli rispose con un piccolo moto del capo. Forse gli sorrise, ma le tese larghe della cornetta m'impedirono di vedere. A un posto della sala si chinò, raccolse la buccia d'un'arancia e per l'aperto finestrone la buttò giù nel cortile. Poi sparve.

— Sei contento? — mi disse l'amico. — Ora l'hai vista. Sei contento?

— E tu non ti commovi?

— Io! Ciò! vecio! Ne ho viste tante in mia vita! Io mi secco assai di dovermene stare qui inchiodato in questo letto, tra lamenti, spasimi, morti subitanee e morti lentissime, che non arrivano mai! Sono impregnato di acido fenico!

*

— Senti, vecio mio, — mi disse un altro giorno, — fra qualche giorno me ne vado. Ieri il dottore mi ha detto che ne ho per un'altra settimana. M'ha rifatta la gamba a nuovo. Che uomo, benedeto, che grande instituzione la chirurgia!

— E dici addio alla suora?

— Accidenti! Sei un bel seccatore tu, con la tua suor Carmelina! Guarda, ieri ella m'ha.... mi ha.... come si dice?