— Arrivederci, — faceva di sopra la Bellavita, sporta dalla balaustra.
La Marino levò il capo, levò la mano, salutando con gli occhi amichevoli e col ventaglio.
Malinconicamente la Bellavita rientrò in casa. L'uscio che si tirò dietro le si chiuse alle spalle senza romore, avendo ella, poco prima, unta d'olio la linguetta della toppa. Di dentro, tra la porta di strada e quella pur chiusa d'una stanzuccia attigua, si fece una silenziosa oscurità. Rosa Bellavita, ritta, invogliata dalla solitudine, vi singhiozzava e si seguivano le lagrime copiose, le rigavano tepide la faccia, mentre lei cercava a tentoni il muro di rimpetto, e vi poggiava la fronte, vi poggiava le palme, nell'atto infantile d'una bimba stizzosa.
— Ah! Madonna! Ah! Sant'Anna mia! Che m'avete fatto!
Le gambe non le reggevano, tutta quella amarezza la disfaceva. Seguitando a piangere ella prima cadde ginocchioni, con la faccia rivolta al muro, poi lungo il muro scivolò abbandonandosi, cercando per terra, nel gran dolore, la comodità della disperazione.
— Vuoi star fresca! — intanto mormorava Fortunata Marino, per la via. — Sei troppo stupida!
La Bellavita, stesa lunga per terra, si lamentava pianamente, come una donna ferita. Vi fu un momento in cui la propizia posizione le fece venir voglia di sonno. Il lamento s'affievoliva, s'interrompeva a tratti, per poi presto ricominciare: qualche singhiozzo le faceva staccare con un soprassalto, di tanto in tanto, il petto copioso dal pavimento, e le scoteva tutto il busto.
Era, nell'ora meridiana, così alto il silenzio che ogni più piccolo romore suonava a doppio; salivano le voci per la tranquillità della scala distintamente, saliva persino un mormorio di persone raccolte al primo piano, a ciarlare. Come, tra il pianto e il sonno, la Bellavita dava orecchio alle vicende della scala, le parve a un tratto di riconoscere le voci. Puntò le mani sul pavimento, sollevò a fatica da quell'abbandono il corpo grassottello, terse in fretta le lacrime e aprì la porta. Il sole affacciandosi dentro, pel finestrone, metteva sul ballatoio un gran dado giallo sul quale era mollemente steso il gatto dei Gambardella, con gli occhi chiusi, come morto. Comparendo la Bellavita il gatto si rizzò lento, senza paura, e se ne andò, soffermandosi a mezzo la scala per voltarsi a guardarla, con una queta attenzione di bestia curiosa.
— Salvatore! — chiamò la Bellavita, di su la balaustra.
Nessuno rispose. Anzi quelle voci, laggiù, si tacquero. Ma dopo un silenzio suonarono passi maschili nel cortiletto. Saliva certamente un uomo.