— È troppo giusto, — sospirò don Michele.

Si mise a contar daccapo. Ora si frugava per trovar due soldi che mancavano. Rovistava nelle saccocce del panciotto, rovesciandone infuori la fodera, col petto stretto al taglio della tavola. Miche di pane secco, pezzettini di tabacco, delle medagline di rame, un mozziconcello di matita gli cadevano innanzi senza che i soldi ne venissero fuori. Lui, cercando ancora, s'impazientiva, con le mani tremanti che non avevano forza nelle dita.

— Dove li ho messi? — borbottava fra sè e sè, guardando, con le labbra strette, ne' travicelli del soffitto come a volerli interrogare.

Dal banco, accarezzandosi il mento con la mano rossa ed enfiata, il vinaio ci pigliava gusto, ammiccando al garzone che ronzava con lo straccio fra mani e tirava, per ridere, a far scomparire di su la tavola il mucchietto de' soldi.

— Guardate, — diceva don Michele, volgendosi attorno, — questa è nuova. Uno da un momento all'altro non si trova più il denaro addosso!...

Così dovette ridursi a svegliare il compagno che dormiva come se niente fosse, con le mani aperte sulle cosce e il naso fra lo sparato del soprabito.

— Eh? — fece quello, provando ad acconciarsi sulla panchetta. — Che è successo? Sognavo ch'era successo il tremuoto...

Vi fu una risata fra tutti. Lui guardava in giro, un po' incollerito, un po' mortificato. Lentamente, reggendosi allo spigolo della tavola, si chinò a raccattare il cappello che gli era caduto per terra e ci aveva messo un piede sopra come se fosse un cencio. Senza pensare a ripulirlo lo guardò a lungo con una attenzione stupida, girandolo da ogni verso. Poi se lo mise sul capo e disse:

— Ce ne andiamo?

— Un momento, — rispose don Michele, — qui mancano due soldi.