L'altro non capiva; s'era levato a stento, afferrandosi alla tavola con una mano, armeggiando con l'altra a casaccio come se cercasse qualcosa, a rischio di cavar un occhio alla bimba del vinaio che gli era venuta a ridere accosto. Poi ricadde a sedere e dette in un gran sospirone, allungandosi traverso.

— Sentite, compare, — ribatteva don Michele con la voce smozzicata, — ci vogliono due soldi.... Li avete due soldi.... eh?

— Che cosa? — borbottava l'altro senza muoversi.

— Due soldi.... per aggiustare il conto del vino.... E poi ce ne andiamo....

Il poveraccio gli fece cenno che gli frugasse addosso. Smaniava pel vino che gli saliva alla gola e non aveva forza di movere un dito. Alla fine, come Dio volle, don Michele riuscì a pigliargli quattro soldi dalla saccoccia dei calzoni, sudando come un cavallo. In quell'afa, nel romorìo di voci di cui lo stordiva l'unità chiassona e continua, il vino gli montava al capo co' suoi fumi caldi e tremolanti. La cantina gli pareva soffocante, senz'aria, troppo illuminata e troppo irritante. Gli occhi gli s'imbambolavano, a ogni momento se li asciugava con la pezzuola, che su le gote accese gli metteva un dolce senso di frescura. L'altro, un cocchiere da nolo, che a prima sera avea messo dentro cavallo e carrozza, non trovava pace, ora che il sonno gli era stato spezzato così d'un subito.

— Sentite a me, — consigliava don Michele, — andiamocene a casa.

— Ora? — balbettò il cocchiere, — ma è presto.

— Scherzate? È mezzanotte.... Sì, è presto!... È mezzanotte, — diceva don Michele, facendo per reggersi in piedi. — E se non volete venire — minacciò, perdendo la pazienza — me ne vado solo e buonanotte.

Ma fuori, sotto alla porta aspettò che uscisse, appoggiandosi con le spalle allo stipite. L'altro, dopo un momento, venne fuori anche lui, aiutato dal garzone che se lo menava innanzi a spintoni puntandogli una mano fra le spalle.

— Don.... Michele!... — chiamò il cocchiere.