— Son qua, — disse lui, mentre nell'aria fresca gli battevano i denti e dei brividi gli salivano pel corpo, — mettetevi a braccetto.

Traballando gli prese il braccio e se lo ficcò a forza sotto al suo, serrandolo come meglio poteva fare. Il cocchiere, col cappello che gli era cascato su gli occhi, barcollava ch'era un piacere.

— Per dove.... andiamo? — mormorò.

— Di qua, sempre diritto...

Pigliarono per Foria, sfregandosi ai muri come gli asini. A ogni passo falso andavano a battere nelle porte chiuse delle botteghe. Innanzi a loro la via larga s'apriva, allungandosi a perdita di vista, biancheggiando sotto alla luce giallastra de' fanali.

Era stato lunedì del carnevale e la gente in tutta quella giornata s'era sbizzarrita a buttarsi in faccia il gesso, come se non avesse fatto altro in tutta la vita. Gran bella porcheria! Ora in quella polveraccia bianca, che appena la si smoveva faceva venir la tosse a stianti, s'affondava sino alla caviglia come sulla via nuova. Alle botteghe le insegne erano screziate di bianco e pareva che di sopra ci fosse cascata su a goccioli la calce d'una imbiancatura alla facciata del palazzo. Qua e là, quando meno ci pensavano, a' due compari si parava innanzi un mucchio di polvere e di spazzatura che li sviava, spingendoli l'uno addosso all'altro, nello stringersi che facevano.

Il cocchiere, cotto come un pulcino, s'era messo a parlar da solo e diceva un mondo di scioccherie, guardando per terra. Di colpo, trascinandosi dietro don Michele, si chinò e prese una manata di gesso.

— I coriandoli!... — borbottò con voce rauca. — Oggi è carnovale.... Ah! caspita!

— Nossignore, — protestava don Michele, che s'accorse della mala parata. — È finito carnovale.... È finito.

— Oggi.... è carnovale, — rideva il cocchiere, barcollando.