Si chinava sopra di lei, le afferrava i polsi tra la paura che davvero ella si facesse male e la dolcezza del contatto. Quasi sotto il suo quel corpo caldo palpitava, vestito appena della gonnella e della camiciola. Pervenne finalmente a strapparle le mani dalla bocca, che nell'impeto rimase aperta, vogliosa ancora di mordere, con le labbra frementi. Ella piangeva, riversa. Lo studente le guardò una mano, nella penombra. I denti vi lasciavano un'impronta circolare, violacea, tra un luccicore di saliva. Egli, perduto, baciò la mano a quel posto, implorando:
— Non vi fate male.... Non vi mordete!...
Si faceva un silenzio. Nessun romore saliva dalla strada, tranne, improvvisamente, l'eco metallica d'un martello di fabbro ferraio, che batteva a cadenza sull'incudine. Vibrava lungamente l'incudine, colta all'estremità, e una voce accompagnava i colpi. Subitamente l'Offretelli fu acceso da una voglia brusca, irresistibile, in quel calore afoso della stanza, sulla complice mollezza del divano di sargia verde. Cominciò a baciar da per tutto quella femmina discinta: sui capelli, sulla faccia bagnata dalle lacrime, presso l'orecchia, furioso. Ella da prima lasciò fare, singhiozzando, senza respingerlo.
Nell'abbandono una gamba le pendeva lungo il divano, scossa da nervosi trasalimenti. Il piè nudo, ond'era scivolata la pantofola, sfiorava il pavimento, e si torceva.
— No.... no!... — singhiozzava la Bellavita. — Questo no.... questo mai....
Tentò di risollevarsi, tra la foga irrefrenata del pianto. Si afferrò con le braccia al collo dello studente, e fu peggio.
— Questo no.... — balbettava ancora.
Ma così pianamente che le parole furono un soffio. Si rifece il silenzio. Un moscone ronzò per la stanzuccia dando del capo nelle imposte del balcone, cercando di penetrare per lo schiuso. Daccapo risuonò il tintinnio dell'incudine, ma questa volta senza la voce compagna. Il mistero del momento, nella penombra, fu breve e concitato; il singhiozzo continuava, in un susurro di parole mozze.
Or egli, ritto innanzi a lei, contemplava imbarazzato la Bellavita, vinta. Non sapeva che dirle. Ma pur gli occhi accesi frugavano ancora tra il disordine biancheggiante delle gonnelle, avidamente. Ella taceva. Allora le si chinò sul petto anelante, le accarezzò teneramente i capelli umidi, appiccicati alle tempie. Ma subito la Bellavita si rizzò sul divano, respinse come spaventata questa intimità, nella quale lui, mormorando, le dava del tu, inebriato dal caldo profumo che si sprigionava da quel corpo caldo, dai capelli di lei, dalla bocca odorosa di lei, supina.
— Via! via!... Andate via!...