— E Stella? — fece il pagliaccio.
— Son qui, — rispose una voce, dall'ombra. — Lascia stare, io non ne voglio.
— Meglio, — balbettò l'Ercole.
Seguì un silenzio. Il pagliaccio cercò negli sgonfi del camiciotto, mise fuori un sigaro che gli aveva regalato uno spettatore e l'accese alla candela. L'Ercole, con la pipa corta nell'angolo delle labbra, mandava buffi al soffitto, affumicando le ragnatele. Alla luce giallastra della candela le tre facce pigliavano toni pallidissimi ed ombre dense. I capelli di Nanna, che aveva chinata la testa sul petto, lucevano, da una banda, lisci e pettinati. Il pagliaccio, con le gambe stese, col gomito sul deschetto, guardava malinconicamente la punta del suo sigaro. E su tutto — in quella immensa bottega pigliata a prestito, ove ancora rimaneva un greve odore d'animali bovini e un fumo di stalla — e su quei quattro vagabondi, che il silenzio impensieriva, pesava un che di lugubre e di uggioso e si moveva, fra tristi ricordi, un desiderio di respirare arie più pure, un'aspirazione vaga, indefinibile, affogata in quella miseria.
A un tratto l'Ercole si levò. Battè all'angolo del deschetto lo scodellino della pipa, vuotandolo. Il rumore secco fece trasalir Nanna che avea chiusi gli occhi e sognava senza dormire. Il pagliaccio, appisolato, mise fuori un brontolìo in cui si mescolavano rotte parole di rincrescimento, si drizzò sullo sgabello, stirò le braccia, spalancando la bocca con un lungo e lamentoso sbadiglio.
— Che si fa? Si vuota il salotto?
— Animo, ragazzi! — disse l'Ercole. — Un po' di buona volontà. Non mi ci sento più bene qua dentro.
— È vero, — cospirò l'altro, cominciando a trascinare fuori la roba. — Il patchouli ha dato alla testa anche a me.
Stella chiamò:
— Nanna!