La grande bottega rimaneva spogliata e deserta. La porta spalancata or dava passaggio libero al vento. Dentro, in un angolo, ancora luceva un punto di fuoco: il mozzicone di candela che era stato dimenticato. Intorno si facevano più fitte le ombre. Una babbuccia di Nanna era caduta sulla soglia. Nessuno la vide.

Adesso la compagnia di Battista Andretta trascinava sulla neve, nell'ignoto, il mistero dei suoi legami, l'indovinello della sua famiglia, il mucchio orpellato dei suoi stracci. Nessuno di loro conosceva il nome del paese ove sarebbero arrivati a giorno. Che importava il nome?

Andavano innanzi. Le ultime case, una dopo l'altra, rientrarono nel buio. Qualche finestrella lasciò passare una testa maravigliata, un candido berretto da notte, che subito rientrò, perchè il pagliaccio, imitando l'urlo del lupo, provocava furiosi abbaiamenti di cani rinchiusi. S'apriva innanzi ad essi la campagna infinita con uno sfondo d'oscurità ove dei punti rossi brillavano, scomparendo, riapparendo, mutando direzione. Intorno era un silenzio profondo. Il lanternino, appeso sotto al carretto, proiettava sulla neve ombre difformi, che a volte il lume di luna rendeva grottesche. Allora annerivano per terra l'orme delle pedate, il solco a zig-zag delle ruote, una corda che il carretto si trascinava dietro.

L'Ercole andava accosto al mulo, fumando. Dietro al carretto prima veniva Stella, che a ogni passo si chinava sul suo fardello, mormorandogli qualche cosa. Il pagliaccio e Nanna a braccetto, guardavano intorno.

— Che è quello? — disse Nanna, a un tratto.

— Un ponte.

Più in là un cane si mise a ululare lugubremente. Sembravano lamenti umani.

— Cattivo augurio.... — mormorò Nanna.

— Non cominciare! — disse il pagliaccio, sottovoce.

La bestia si tacque e parve più grande e pauroso il silenzio.