L'Ercole lo guardò di sbieco, mise fuori una gran boccata di fumo e borbottò:
— Non è roba mia. Già, lo sai....
Il lanternino impallidiva sotto al carretto; camminavano da un pezzo. I primi albori apparivano in una luce fredda di verno. La spianata immensa, tutta bianca, si stendeva ancora all'orizzonte, perdendovisi. Nel lontano le prime casette d'un villaggio rompevano la linea del piano; veniva su lentamente da un comignolo una sottile spirale di fumo. E la neve cedeva, scricchiolava sotto a' piedi; qua e là delle nudità di terreno umido mettevano intorno chiazze larghe, nericce.
— Palma! — annunziò l'Ercole, facendo visiera della mano agli occhi.
Arrivavano. Mentre il sole spuntava tutte le figure si disegnavano nettamente sull'orizzonte. Dapprima fu una macchia pittorica sul candore della spianata silenziosa. Una macchia di rosso, d'azzurro, di giallastri luccicori d'orpelli. A poco a poco il gruppo del carretto e dei saltimbanchi diventò confuso. Ancora si disegnava, di profilo, la testa affaticata del mulo. Poi svoltarono a un angolo, dietro un muro di cinta e disparvero. La spianata tornò deserta. Ma ora, nel cielo azzurrino ove si spandeva leggermente una tinta di madreperla, il gran sole saliva, col bagliore vivo de' raggi, ripulendo tutto, spazzando via di quella miseria strisciata nella notte persino l'orme delle persone. A un tratto, nella chiarezza allegra del mattino, un gallo cantò, a distesa.
La triste bottega
Mentre Angiolino Pezza, parrucchiere, menava le forbici nella gran zazzera d'uno studente arrivato all'alba da Montemurro, e si guardava costui nello specchio, con le mani spiegate sulle cosce, strozzato dal grembiale che Angiolino gli aveva stretto alla gola, un organino si mise a suonare innanzi alla bottega.
A quel romore si schiuse la finestra d'un'agenzia di pignoramenti, e il commesso, un giovanotto pallido, magro, che girava e rigirava tra mani una catenella d'oro, apparve dietro alla vetrata, appannandola con l'alito e ammaccando a' vetri la punta del naso, per guardare di sotto. Apparve, sbucante dal mistero d'un cortile, la gobbetta Giovannina, figliuola del portinaio di faccia. Trascinò la seggiola sino al limitare del palazzuccio, vi s'arrampicò con una lestezza di scimmietta e, appena seduta, con in grembo il gomitolo di lana rossa, lanciò alla strada un'occhiata. Ella stava bene lì, sulla seggiola alta, riuscendo quasi a nascondere la sua deformità, volte le spalle alla penombra del cortile, la maliziosa testa bionda languidamente abbandonata. Lo sguardo seguiva i passanti, le labbra mormoranti accompagnavano, con tenerezze di parole, l'amorosa musica dell'organino. Le piccole mani di malata, esangui, giocherellavano tra il gomitolo e le bacchettine.
Parve, a un momento, che davvero si ripopolasse la viuzza solitaria. Erano frotte di studenti che tornavano dalla sala anatomica e ancora ragionavano d'ossa e di muscoli; erano affaccendati che passavano in fretta, lo sguardo innanzi a sè, tutto occupato il pensiero dalle cose loro; erano coppie di borghesi che gesticolavano e si confidavano. Passò, zoppicando, una vecchia, col libro da messa e la coroncina in mano. Passò un biondo giovanetto, dal cappello a cencio, dalle scarpe scalcagnate, recantesi tra le braccia due statuine di terracotta bronzata. E come il legatore di libri, che aveva bottega accosto a quella d'Angiolino, s'era affacciato a dare un'occhiata nella via, quello gli si piantò davanti e gli offerse le due statuine, per poco prezzo. Il legatore le guardò appena e si rifiutò, scotendo il capo, con una smorfia sprezzante. L'altro insisteva, sottovoce. Allora il legatore trovò buona l'occasione per rientrare nel suo buco, ora che l'organino aveva smesso e ancora insisteva il giovanetto delle statuine, con la sua aria sconsolata e con una dolce pronunzia veneta.
Poco dopo, lo studente venne fuori dalle mani del Pezza e dalla sua bottega, passando l'indice nel colletto, pel prurito che gli facevano sulla nuca i capelli tagliuzzati. L'organino risaliva la viuzza, trabalzando la musica con grandi scossoni su pel selciato rotto.