Un ragazzetto, che in tutto quel tempo non s'era mosso dal divanuccio stinto, sul quale si stendeva, dormicchiando, co' piedi sotto la tavola, battè le palpebre al lume improvviso. Un vivo e spasmodico moto di collera gli contrasse la faccia bianca, colpita bruscamente dalla luce. Certo egli avrebbe desiderato rimaner lì, nell'ombra fitta che fin qua lo aveva tenuto nascosto, rimaner lì, dormicchiando, solo solo. Era il maschietto di donna Maria, il tisicuccio. Donna Maria gli passava l'eredità della tubercolosi che in gioventù l'avea tutta mangiucchiata dentro e fatta così magra, così magra che ora ella pareva un lungo osso vestito.
— Come va, dunque? — ripeteva l'Addosio al malato.
— Eh! — rispose. — Come prima.
Seguì un silenzio. Dopo un po' il ragazzo disse:
— Piove?
— Non senti? — disse l'Addosio.
— Che seccatura! — sospirò il ragazzo.
Il carbonaio se gli era venuto a sedere accosto, sul divanuccio.
Le figlie di donna Maria ricominciavano a battere i ferri sulla tavola, silenziose. Donna Maria era risalita a badare al lesso pel desinare. Una ingenua curiosità pungeva il carbonaio fannullone, presso quella piccola vittima. E come nessuno li poteva udire:
— Quando piove, — chiese, sottovoce, — ti fa più male o meno?